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SUGGERIMENTI PER IL SEMESTRE EUROPEO

C'è bisogno di una svolta. E' vero, lo dicono tutti, lo dico anch'io. Matteo Renzi è riuscito ad ottenere la promessa di una svolta, i cui contorni restano per il momento abbastanza indeterminati. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di comprendere i meccanismi che regolano le dinamiche e i rapporti di forza ai vertici dell'Unione europea. Ha parlato di flessibilità dei Trattati ma senza dare l'impressione di voler mandare all'area l'attuale sistema. A pochi giorni dall'inizio del semestre di presidenza italiana, ha detto che chi avrà la forza di fare le riforme si meriterà più flessibilità.

Vediamo di indicare alcuni contenuti di una svolta possibile. Non tutti però, quando dicono che c'è bisogno di una volta, hanno in mente la stessa cosa. Alcuni dicono che c'è bisogno di una svolta per dire che bisogna tornare indietro. Il loro sogno è la possibilità per gli stati di indebitarsi senza limiti.

Indietro, però, non si può tornare

Indietro non si può tornare. Ricordiamolo. La crisi inizia con il debito privato di alcuni paesi che hanno dato credito al settore privato senza controlli e senza criteri sull'onda di una deregulation eccessiva del settore bancario. Non per fare un regalo alle banche ma per evitare il tracollo della economia molti stati hanno dovuto farsi carico del debito privato delle banche. I mercati finanziari sono diventati molto nervosi e hanno negato il credito agli stati che si erano così indebitati. In quel clima di panico il credito è stato razionato anche all'Italia, dove la crisi del debito privato era stata assai meno grave che in altri paesi ma che aveva accumulato per conto suo un debito pubblico molto alto. I mercati hanno pensato che l'Italia non avesse la capacità e la voglia di ripagare il suo debito ed hanno pretesi tassi di interesse sempre più alti. L'Italia ha reagito, tardi ma in modo deciso, mostrando la sua volontà di rimanere nell'euro e di fare tutti i sacrifici a ciò necessari. Anche l'Europa ha reagito mostrando la sua solidarietà e anche l'Europa lo ha fatto tardi e, almeno all'inizio, in modo maldestro. L'economia è una strana scienza, fatta in piccola parte di fatti e di numeri ed in gran parte di aspettative (cioè di fantasie). La crisi oggettiva del debito pubblico unita ai segnali maldestri lanciati dai politici italiani ed europei, ha generato la aspettativa che l'Italia ( concentriamo la nostra analisi sull'Italia ma un ragionamento analogo si può fare per diversi altri paesi: Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda) non fosse in grado di pagare il suo debito pubblico e potesse essere costretta ad uscire dall'euro, a tornare alla lira ed a svalutare in tal modo la sua moneta ed il suo debito. A questo punto gli investitori hanno cominciato a fuggire dall'Italia. Gli speculatori, invece, hanno cominciato a scommettere contro l'Italia e contro l'euro, sperando di poter forzare la situazione fino alla dissoluzione della unione monetaria ed al ritorno alle monete nazionali. L'Italia ha subito una tempesta dovuta in parte alla sua debolezza oggettiva ed in parte alla volontà di attaccare l'euro. Per questo aveva diritto alla solidarietà internazionale.

Non so se i miei lettori siano abituati a guardare i documentari del National Geographic Magazine, Ce ne è uno che mostra le tecniche di caccia dei lupi. I lupi osservano un branco di bisonti e li valutano uno per uno. Valutano la forza di ogni animale ma valutano anche la sua determinazione, il suo coraggio, la sua voglia di difendersi. Valutano anche, in qualche modo, la sua popolarità, cioè la probabilità che il branco si raccolga a difesa attorno a lui. L'Italia è stata individuata dalla speculazione come Paese che non aveva davvero voglia di difendersi e Paese che non sarebbe stato aiutato. Se il governo italiano avesse mostrato tempestivamente la voglia di difendersi ad ogni costo, l'attacco non ci sarebbe stato. Purtroppo era un tempo di crisi politica, il governo Berlusconi era molto debole, non voleva o non poteva aumentare le tasse per con scontentare il suo elettorato e ha dato l'impressione che l'Italia non volesse difendersi. Se avessimo reagito tempestivamente i costi per il Paese sarebbero stati certamente molto più bassi. E'' molto più difficile capovolgere una aspettativa piuttosto che impedirle di formarsi. Il segnale che i mercati si aspettavano era l'aumento delle tasse e la riduzione della spesa. Berlusconi, invece, dopo la sconfitta in un turno di elezioni parziali, le tasse le voleva addirittura diminuire in contrasto aperto con l'allora ministro Giulio Tremonti. Mario Monti, poi, le tasse ha dovuto aumentarle e la spesa ha dovuto diminuirla in modo molto più pesante per riconquistare la credibilità perduta. Tutta colpa di Berlusconi e del governo italiano? Non proprio. Anche la gestione europea della crisi è stata manchevole. L'Europa non ci ha difesi, almeno all'inizio, come sarebbe stato necessario. I mercati si aspettavano che qualcuno dicesse: difenderemo l'euro ( e l'Italia) costi quello che costi. Probabilmente non sarebbe costato nulla o molto poco. Quando i grossi maschi del branco si schierano a difesa i lupi scappano. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ( il maschio più grosso del branco) quel segnale non è stata capace di darlo. Voleva lanciare invece un altro segnale, non alla speculazione ma al suo elettorato. Il segnale era: non pagheremo con i soldi dei contribuenti tedeschi la finanza allegra dei nostri vicini del sud. Per la speculazione era come un invito a iniziare la caccia. Più tardi la situazione è cambiata e si è arrivati a quel ragionevole compromesso che sarebbe stato necessario raggiungere fin dal principio: l'Italia mostri di volersi difendere e non le mancherà l'aiuto dell'Unione europea. Anche allora, però, la difesa ha faticato ad organizzarsi. Anche per le pressioni della Corte Costituzionale tedesca non si sono dette le parole che il mercato aspettava: "Costi quel che costi". Al contrario, ci si è preoccupati di chiarire che spenderemo fino ad una certa cifra e non di più. Si sono creati meccanismi complessi, che sono arrivati in ritardo rispetto allo sviluppo fulmineo degli avvenimenti e si sono rivelati pesanti e difficili da maneggiare. La svolta è arrivata quando Mario Draghi ha detto le parole famose: "Whatever it takes" ( costi quel che costi). Naturalmente Draghi ha potuto dire quelle parole perchè Monti garantiva che l'Italia era pronta a difendersi e perché Angela Merkel garantiva di difenderlo contro possibili accuse di muoversi sul limite estremo se non oltre il limite della missione che i trattati assegnano alla Banca centrale europea. Questo era, comunque, il segnale che andava dato e da allora la tempesta ha cominciato a placarsi.

Il Cambio di modello

Il panico è stato scatenato da errori di conduzione politica commessi dai ceti dirigenti italiani ed europei. Questo ha, però, messo in evidenza debolezze strutturali e la fine di un modello di sviluppo. Il vecchio modello di sviluppo italiano si fonda sulla spesa pubblica. Lo stato spende più di quanto incassi ed il deficit pubblico genera la domanda aggiuntiva che fa crescere l'economia. Il modello non funziona più perché in una economia globalizzata la domanda aggiuntiva generata dalla spesa pubblica non si trasmette interamente alla economia nazionale. In altre parole: lo stato si indebita per mettere o lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini ma i cittadini usano questi soldi per comprare merci prodotte in altri paesi e lo stimolo all'economia si disperde. Il debito, di conseguenza, cresce più di quanto cresca l'economia e, nel tempo, diventa insostenibile. A questo vecchio modello non si ritorna più. In questi ultimi anni lo stato ha smesso di pompare denaro nella economia, il mercato interno si è ristretto, le imprese sono state costrette ad andare sul mercato mondiale per vendere i loro prodotti. Lo hanno fatto con grande determinazione e coraggio e con uno straordinario successo. La (debole) ripresa che c'è non è trainata dalla spesa pubblica ma dalle esportazioni, cioè dalla competitività delle imprese italiane che vendono sui mercati mondiali. Questo risultato va rafforzato e non va disperso. Molti, quando parlano di svolta, chiedono in realtà un ritorno al vecchio modello di sviluppo. Il cambiamento necessario investe la politica insieme alla economia. Nel vecchio modello di sviluppo la classe politica distribuiva ricchezza e creava debito. In questo modo poteva comprare il consenso dei cittadini. Adesso questo non è più possibile e quel modo di fare politica e di costruire il consenso è impraticabile. Bisogna costruire un' altra politica che aggreghi il consenso su progetti di bene comune. Il simbolo del cambiamento di modello è il rafforzamento in Costituzione del vincolo di bilancio. A quelli che vedono in questo una inammissibile sottomissione ad un diktat europeo vale la pena di ricordare che tale vincolo è scritto fin dal principio nella nostra Costituzione ( art. 81). Era stato aggirato in molti modi e adesso è stato semplicemente ripristinato.

E adesso che fare ( in Italia)?

Bisogna prima di tutto consolidare l'immagine di stabilità che oggi l'Italia proietta nel mondo. Molti chiedono un allentamento dei vincoli europei, cioè la possibilità di fare più deficit. Pensano che in questo modo sarebbe possibile creare i posti di lavoro di cui il Paese ha bisogno. Immaginiamo che l'Italia ottenga la possibilità di fare un deficit aggiuntivo dell'1%. Si tratta di sedici miliardi di euro circa con i quali sarebbe forse possibile creare 160.000 posti di lavoro (immaginando un investimento di 100.000 euro per posto di lavoro). Per avvicinarci all'obiettivo della piena occupazione abbiamo bisogno di creare almeno 1.600.000 posti di lavoro e di 160 miliardi di euro. E' chiaro che non possono venire dall'indebitamento pubblico. Devono venire dal mercato mondiale dei capitali ed il primo requisito per attrarli è mostrare che i conti della nostra finanza pubblica sono in ordine. Come si vedrà meglio più avanti non sto dicendo che non è desiderabile una maggiore flessibilità nella gestione del Fiscal compact. Sto dicendo che questa flessibilità è desiderabile solo se non compromette la nostra immagine di stabilità. la stabilità non è ancora lo sviluppo ma è la prima condizione dello sviluppo.

La seconda cosa da fare è sostenere l'impresa che esporta. L' impresa che esporta è anche l'impresa che fa ricerca ed innovazione. Abbiamo bisogno di un migliore raccordo fra il sistema della ricerca scientifica ed il sistema delle imprese. Abbiamo bisogno di incentivi alle imprese che fanno ricerca ed abbiamo bisogno di più spesa pubblica per la ricerca. Sarebbe ragionevole darsi l' obiettivo di portare la spesa per la ricerca al 3% del PIL, equamente distribuita fra spesa pubblica e spesa privata. Abbiamo bisogno di migliorare le infrastrutture materiali ed immateriali, le telecomunicazioni e la logistica, la preparazione professionale dei nostri lavoratori e la qualità del loro lavoro. Le imprese devono potersi adeguare rapidamente alla domanda di mercati in continua evoluzione e per questo bisogna abbandonare un sistema statico di difesa del posto di lavoro per passare ad un sistema dinamico di difesa del lavoratore che lo accompagni dal posto di lavori cancellato dalla evoluzione del mercato al nuovo posto di lavoro creato dalla medesima evoluzione. E' su queste cose che bisogna concentrare le (poche) risorse disponibili per rendere l'Italia un paese attraente per chi vuole investire e creare posti di lavoro. Se chiederemo un (limitato) allentamento del vincolo europeo per fare queste cose probabilmente lo otterremo. E' però essenziale non dare il segnale di un ritorno al vecchio modello di sviluppo.

E adesso che fare ( in Europa)?

Cosa è per l'Europa una svolta che non sia un ritorno indietro? Per rispondere a questa domanda dobbiamo chiederci prima di tutto cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nelle politiche di austerità? La fiducia dei mercati è stata ristabilita. I paesi in crisi tornano a poter vendere i loro titoli sul mercato a tassi ragionevoli. L'ondata speculativa volta a distruggere l'euro è stata battuta. Alcuni paesi (ad esempio l'Italia) hanno ristrutturato in profondità il loro modello di sviluppo liberandosi dalla dipendenza patologica dalla spesa pubblica. Tutto questo ha funzionato e va mantenuto. Cosa è invece che non ha funzionato? Partiamo dalla famosa regola del 3%. Contrariamente a quello che molti hanno detto e scritto la regola del 3% ha un solido fondamento razionale. Se il PIL nominale ( crescita reale+ inflazione) ed il deficit crescono nella stessa misura la percentuale della spesa pubblica sul PIL rimane invariata e se l'ammontare del debito pubblico è superiore a quello del bilancio annuale il debito pubblico automaticamente diminuisce. L'obiettivo di inflazione della Bce era del 2% e l'aspettativa minima di crescita era dell'1%. 2+1 =3. Con un deficit del 3% si assicura dunque la costanza del rapporto fra spesa pubblica e PIL ed il controllo del debito pubblico. Quello che sta avvenendo oggi, però, è che la inflazione è molto debole, nettamente sotto l'1% e la crescita è anch'essa molto debole, sotto l'1%. Di conseguenza l'osservanza del limite del deficit al 3% non garantisce il risanamento delle finanze pubbliche. Chiederemo allora ai nostri paesi ulteriori sacrifici? Non è possibile e non è giusto. Esistono le condizioni per chiedere alla BCE un intervento deciso per centrare l'obiettivo di inflazione del 2%. Una inflazione così bassa fa in modo che si possa erogare credito alla economia senza rischiare una inflazione troppo alta. La Bce potrebbe offrire alle banche, a tassi bassissimi o addirittura negativi, prestiti accettando come collaterali crediti di buona qualità erogati alle piccole e medie imprese. All'impresa che chiede credito le banche non potrebbero più dire che non ci sono soldi. Il credito sarebbe disponibile in misura illimitata. Basterebbe questo a risollevare l'economia europea? Forse no. Soldi, in realtà, ce ne sono in circolazione molti già adesso. La stretta creditizia dipende dal fatto che dopo gli errori del passato le banche sono diventate molto (troppo) prudenti ma dipende anche dal fatto che non ci sono in giro molti buoni progetti imprenditoriali. L'acqua c'è ma il cavallo non beve. I tassi di interesse sono bassi ma non c'è molta voglia di investire. Il mercato interno è stagnante, la gente spende poco perché teme il ripetersi della crisi e con una domanda incerta le imprese non si azzardano ad investire. Le esportazioni sono molto cresciute ma sembrano essersi avvicinate ad un limite assoluto nelle condizioni date.

Che fare? Torniamo ai Trattati. Essi ci dicono che esistono squilibri da eccesso di spesa ma esistono squilibri anche da eccesso di entrate. La Germania, per esempio, ha un surplus evidentemente eccessivo della sua bilancia commerciale e della sua bilancia dei pagamenti oltre che una situazione invidiabile di finanza pubblica. Può permettersi di consumare di più. Se il governo tedesco lascia più soldi in tasca ai lavoratori ed ai pensionati tedeschi questi saranno contenti, spenderanno di più e compreranno anche più merci italiane. Politiche di sostegno alla domanda interna che sarebbero sbagliate in Italia ( perché abbiamo già troppi debiti) sono invece appropriate in Germania. Esse possono sostenere non solo la domanda interna della Germania (e dei paesi che si trovano in condizioni analoghe) ma quella di tutta l'Unione europea. Per attivare l'investimento privato in questo momento è necessario e possibile un grande sforzo sul fronte dell'investimento pubblico. Occorre un grande programma europeo di investimento pubblico volto a creare le infrastrutture della economia della conoscenza che, a loro volta creano le opportunità per l'investimento privato. Facciamo un esempio. La rete europea di telecomunicazioni ha bisogno di essere radicalmente rinnovata e potenziata. E' evidente che le società private che dominano il settore non sono in grado di fare gli investimenti necessari. Un progetto europeo di modernizzazione della infrastruttura aprirebbe a valle enormi opportunità di investimento per imprese che operano in rete offrendo servizi.

Esiste oggi in Europa un fabbisogno di investimenti che è stato valutato a 1200 miliardi ci euro per infrastrutture dello sviluppo. Il denaro, d'altro canto, è disponibile a costi bassissimi. Perché l'Unione non prende in prestito questi denari e non fa le infrastrutture necessarie a fare dell'Europa la economia della conoscenza più grande e più produttiva del mondo?

I vantaggi degli European Investment Bonds

Un programma come quello proposto stimolerebbe potentemente la domanda interna europea. Da questo punto di vista avrebbe sulla domanda un effetto keynesiano.

Ma non abbiamo appena detto che in un mondo globalizzato le politiche keynesiane non funzionano perché lo stimolo alla domanda interna è pagato dallo stato nazionale mentre gli effetti si ridistribuiscono su tutto il mercato mondiale? E' vero, però nel nostro caso lo stimolo è europeo e l'interscambio con altri paesi europei costituisce la maggior parte del commercio estero dei nostri paesi. Gli effetti di una manovra europea (il suo moltiplicatore) sono molto più potenti di quelli di una manovra soltanto nazionale.

Per di più la nostra intenzione fondamentale non è quella di sostenere la domanda interna. Il sostegno alla domanda interna sarebbe semplicemente la conseguenza di una azione volta fondamentalmente a migliorare la capacità competitiva della economia europea. Per questo si può accettare un effetto moltiplicatore più basso di quello che sarebbe necessario in una manovra tradizionalmente keynesiana.

Gli Investment Bonds che qui vengono proposti sono essenzialmente diversi dagli Eurobonds di cui si parlò qualche anno fa ed a cui Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel si opposero con tanta decisione, e per di più anche la situazione mondiale è molto cambiata.

Gli Eurobonds dovevano servire fondamentalmente a sostituire debito pubblico nazionale con debito pubblico europeo per impedire la crisi del debito pubblici degli stati meno virtuosi. Gli Investment Bonds devono servire ad investire nelle infrastrutture europee, fondamentalmente nella logistica e nella economia della conoscenza. Si tratta di investimenti che si posso o fare assai meglio al livello europei che non semplicemente al livello nazionale. In alcuni casi si tratta di investimenti indispensabili a completare il mercato interno. Per creare un mercato comune non basta abolire le dogane. E' necessario anche costruire le strade che permettono la circolazione dei beni. Nel caso dell'energia, per fare solo un esempio, il mercato interno della energia non può decollare fino a quando le reti non sono connesse e la energia non può circolare con facilità in una autentica rete europea. La proposta che facciamo adesso è dunque diversa da quella che fu respinta a suo tempo.

Non solo è diversa la proposta, sono diverse anche le circostanze nelle quali ci troviamo. Nessuno accetta di mutualizzare il debito ( mutualizzare il debito = io garantisco il debito tuo e tu garantisci il debito mio) con altri se sa che questi altri sono sull'orlo del fallimento e non sembrano nemmeno molto vogliosi di prendere le misure necessarie ad evitare il fallimento. Il discorso sulla mutualizzaione del debito, però, si può riaprire in una fase in cui i bilanci degli stati (grazie al fiscal compact) sono sotto controllo ed ogni stato deve, di fatto, chiedere l'approvazione del proprio progetto di legge di bilancio prima di proporla al Parlamento del proprio paese. I mercati, per di più, non sembrano aspettarsi il crollo di nessun paese dell'area euro e valutano il debito pubblico dei diversi paesi in modo non troppo difforme. Lo spread fra il più affidabile ed il meno affidabile si è ristretto a meno d 150 punti ed è ancora in discesa. Le agenzie di rating sono ancora molto prudenti ma cominciano a migliorare la valutazione dei paesi fino a ieri considerati poco virtuosi. Forse è opportuno aspettare ancora un poco (che i ratings ufficiali siano migliorati, che lo spread scenda sotto i 100 punti) ma si avvicina il momento in cui si potrà riprendere il discorso anche sugli eurobond e sulla mutualizzazione almeno parziale del debito. Ieri la Germania temeva di potersi trovare da sola a dover pagare il debito pubblico di tutti i paesi dell'Unione e, comprensibilmente,ha detto di no. Domani potrebbe dire di si alla proposta di una garanzia reciproca del debito con altri paesi egualmente affidabili o quasi egualmente affidabili.

E' giusto che ogni paese sia responsabile dei suoi errori. E', però, possibile che un Paese sia preso di mira dalla speculazione non (solo) per colpa propria ma a ( anche) per ragioni sistemiche, per colpire il sistema della moneta comune. Noi dobbiamo migliorare il monitoraggio delle finanze dei singoli paesi europei ( e lo stiamo facendo con il fiscal compact e la vigilanza bancaria europea) ma dobbiamo migliorare anche il livello della solidarietà davanti agli attacchi speculativi. Gli speculatori devono sapere che l'euro è qui per restare e che nessun attacco speculativo riuscirà mai a distruggerlo. Se questo sarà chiaro si ridurrà la portata degli attacchi contro i singoli paesi che saranno, allora, motivati esclusivamente dai meriti comparati dei debiti dei singoli paesi.

Qualche Considerazione su EFS e ESM

La originaria strategia della Unione contro la speculazione non è stata molto fortunata. Abbiamo in realtà cercato di risolvere la crisi senza coinvolgere in nessun modo la Bce e a tal fine abbiamo creato meccanismi speciali, complicati e costosi, che immobilizzano grandi risorse con efficacia ridotta, quasi un duplicato della Bce ma senza il potere di dire quelle parole ("costi quel che costi") che alla fine hanno invertito le aspettative e riportato la calma nei mercati impazziti. Mi si consenta di porre una domanda poco politicamente ortodossa: servono ancora questi meccanismi? Abbiamo costruito una interpretazione dei Trattati che ha consentito alla Bce di agire in modo efficace. Non è meglio consolidare quella interpretazione, conferire alla Bce il mandato di custodire la stabilità ed utilizzare quelle risorse, in tutto o in parte, per finanziare il grande programma di investimenti di cui abbiamo parlato per fare dell'Unione europea la economia della conoscenza piú grande del mondo?

In Conclusione

Abbiamo cercato di tratteggiare, per il semestre italiano di presidenza, alcuni temi da proporre alla discussione o sui quali far avanzare la discussione, là dove essa già è iniziata. Il governo italiano non deve chiedere di cambiare le regole. Deve, però, chiedere di leggerle ed interpretarle con intelligenza.

Vogliamo la regola del 3% ma vogliamo leggerla secondo il suo significato originario. Se non c'è l'1% di crescita e il 2% di inflazione vengo o meno le premesse della regola ed i sacrifici necessari per il pareggio di bilancio divengo o insostenibili. Uno scostamento ragionevole e limitato dal tetto del 3%, per realizzare investimenti che migliorano la competitività del paese, diventa allora del tutto plausibile. Sostenendo la domanda interna lo scostamento fa alzare il tasso di inflazione, migliorando la competitività fa aumentare in modo sano il Pil. E' meglio se questo scostamento non viene realizzato dagli stati nazionali ma è realizzato dall'Unione con un grande programma di investimenti infrastrutturali. Si eliminano dubbi su possibili travestimenti di spesa corrente e clientelare come spesa di investimento (il ritorno al vecchio modello di sviluppo), si riducono i costi perché i mercati chiederanno ad un debito pubblico europeo tassi inferiori a quelli che pretenderebbero dai singoli stati, si consente un migliore coordinamento degli investimenti, specialmente di quelli destinati a costruire le grandi reti della modernizzazione.

Una formula intermedia può essere quella dei contratti di programma che la Commissione conclude con i singoli governi impegnandosi a concorre al finanziamento di grandi riforme che migliorano la competitività del Paese.

Per il finanziamento è possibile fare ricorso alla emissione di Investment Bonds, dando vita ad un debito comune europeo, e/o riutilizzare le risorse ingenti destinate a meccanismi di stabilizzazione di cui verosimilmente non avremo bisogno nel prevedibile futuro.

La rilettura dei trattati che qui proponiamo è del tutto fedele al loro spirito originario ma li svincola da un sistema di parametri fissi che non posso o diventare oggetto di una adorazione idolatrica. Bisogna interiorizzare le ragioni che stanno alla base dei parametri ed adattarli ad una realtà che cambia. Questo vuol dire che abbiamo bisogno di una politica economica comune europea.

Una politica economica comune deve valutare non solo le quantità ma anche la qualità dei bilanci degli stati membri, deve definire le dimensioni desiderabili del deficit comune europeo e ripartirlo fra i diversi paesi membri (per esempio dando più flessibilità a chi si impegna a fare le riforme per la crescita) deve progettare l'infrastrutturazione di cui abbiamo bisogno per far crescere la nostra competitività, deve gestire il debito pubblico europeo che accenderemo ( se decideremo di fare questo passo) per finanziare questo sviluppo. Per tutto questo c'è bisogno di più legittimazione democratica, c'è bisogno di più Europa politica, c'è bisogno di fare un passo decisivo verso l'unità politica dell'Europa.

Rocco Buttiglione


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