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UNA POLITICA COMUNE PER LA RIVOLUZIONE ECONOMICA DELL’EUROPA

di Rocco Buttiglione


Non possiamo essere contenti del modo in cui funzionano le istituzioni europee e, di conseguenza, del modo in cui l'Europa sta affrontando la crisi. Prima di spiegare cosa non sta funzionando sgombriamo il campo da alcune critiche sbagliate che ci conducono fuori strada. Le politiche di austerità per riportare sotto controllo i bilanci pubblici erano necessarie ed hanno funzionato dappertutto tranne che in Grecia, ed anche lì non hanno funzionato solo perché interrotte fuori tempo. I profeti di sventure che annunciavano con malcelata soddisfazione la catastrofe imminente sono stati smentiti. La crescita è ripresa. La crescita è ripresa ma è una crescita rachitica. I paesi occidentali crescono meno dei paesi emergenti, l'Europa cresce meno degli Stati Uniti, l'Italia cresce meno del resto d'Europa. Perché?

Ci concentriamo prima di tutto sulle ragioni della bassa crescita europea. La Banca Centrale Europea sta inondando di liquidità i mercati finanziari, il denaro non è mai costato così poco e tuttavia mancano gli investimenti. Del resto: perché mai si dovrebbe investire in Europa? Sono ancora in corso gli aggiustamenti di bilancio, la spesa pubblica si restringe o almeno non si dilata ed il mercato interno è alla canna del gas. Le esportazioni hanno dato un grande contributo ma sembrano essere vicine al tetto di quello che è possibile fare nella situazione come questa. In un mercato che non si dilata, si fanno investimenti solo se ci sono idee nuove che promettono consistenti aumenti di produttività tali da ampliare la propria quota di mercato, oppure idee nuove che sollecitano nuovi bisogni e attivano nuovi consumi. Quando la Banca centrale europea mise in campo i suoi primi interventi che frenarono la crisi del debito degli stati le si è lanciato il rimprovero di pensare a salvare gli stati e le banche e non le piccole imprese. Poi la Bce mise in campo un nuovo intervento ritagliato su misura per le piccole imprese ma i risultati sono stati deludenti. Le piccole imprese vorrebbero crediti per non fallire ma di idee imprenditoriali valide da finanziare non se ne vedono molte in giro.

L’Europa deve essere leader della rivoluzione tecnologica

Ma è proprio vero che mancano le idee? Si e no. Idee ce ne potrebbero anche essere ma mancano le condizioni per trasformare quelle idee in realtà. Facciamo qualche esempio:

Se ci fosse una rete digitale ad alta velocità ed alta capacità, è facile immaginare che essa aprirebbe molte interessanti opportunità imprenditoriali per piccole e medie aziende che sarebbero stimolate ad investire. L’investimento necessario a realizzare la rete ha però dimensioni tali che è vano sperare che le piccole e medie aziende possano farsene carico. L'Italia è il punto di approdo ideale delle grandi correnti di traffico che vanno dall'Oriente verso l'Europa. Ormai la manifattura ha traslocato in gran parte in Cina e paesi vicini, dove i costi del lavoro sono molto più bassi. Le merci però si vendono soprattutto in Occidente, dove ci sono i mercati ricchi. Enormi portacontainer portano queste merci dalla Cina all'Europa. I porti migliori per scaricare sarebbero Taranto o Genova o Trieste. Da lì le merci potrebbero continuare via ferrovia o per strada o potrebbero essere rilevate da navi più piccole e con costi di esercizio minori. L'Italia è la piattaforma logistica naturale per il traffico con l'Oriente. Per mettere in valore la favorevole collocazione geografica servono però porti con fondali ed attrezzature adeguati. Servono grandi spazi retroportuali dove aprire i container e montare e condizionare le merci per i mercati europei. Servono ferrovie, strade ed autostrade ad alta velocità ed alta capacità su cui avviare parte dei carichi. Serve una rete efficiente di interporti. È facile prevedere che se ci fossero tutte queste cose ci sarebbe una corsa dell'investimento privato per sfruttare queste opportunità.


Nuove rivoluzioni si annunciano nel mondo delle scienza e della tecnica.

È in corso una rivoluzione nel mondo dell'energia. Ci sono nuovi modi per usare il gas in una serie di funzioni per le quali prima si faceva ricorso al gasolio o alla benzina.

Ci sono nuove tecniche per estrarre gas e petrolio da giacimenti prima considerati esauriti o inaccessibili o non interessanti. Ci sono nuovi grandi sviluppi nell'ambito delle energie pulite e rinnovabili che potrebbero a breve essere disponibili a costi competitivi con i combustibili tradizionali. Forse siamo vicini ad una rivoluzione nel settore nucleare che potrebbe finalmente darci energia pulita e sicura. È in corso una rivoluzione nel settore dei nuovi materiali che può permettere di fare cose prima impensabili con impatti che vanno dalla odontotecnica alla ingegneria civile. Le nanotecnologie stanno cambiando radicalmente la nostra percezione del mondo e cambieranno il nostro modo di vivere, di produrre e di consumare domani. Le biotecnologie promettono modi totalmente nuovi di avere cura della salute umana ed hanno contemporaneamente un impatto straordinario sulla agricoltura, la conservazione della natura.

Cosa hanno in comune la ICT (Information and Communication Technologies- Tecnologie della Informazione e della Comunicazione), logistica e rivoluzione scientifico tecnologica? Tutte e tre (masi potrebbero trovare altri esempi) aprono un campo straordinario all'investimento privato a condizione che l'investimento privato venga trainato dall'investimento pubblico. L'Europa si trova davanti ad una sfida epocale. I paesi emergenti hanno costi del lavoro enormemente più bassi dei nostri. Nella competizione sul costo del lavoro noi siamo necessariamente perdenti. Possiamo vincere solo nella competizione sulla qualità del lavoro ma questo significa una buona scuola, una università di eccellenza, una ricerca scientifica di avanguardia ed una formazione professionale efficiente. Dobbiamo giocare la partita della economia della conoscenza, della rivoluzione informatica, della logistica e della rivoluzione scientifico tecnologica. Se lo faremo noi continueremo a crescere e non ostacoleremo i paesi nuovi, che hanno accumulato un enorme ritardo ed hanno il diritto di crescere anche loro. Con il tempo, naturalmente, anche loro entreranno nella economia della conoscenza ma allora probabilmente pagheranno salari non tanto diversi da quelli che paghiamo noi. Manca chiaramente nella politica europea il coraggio e l'entusiasmo necessari per affrontare questa sfida. Al tempo dell'allargamento e della riunificazione tedesca avevamo dei leader (Kohl, Mitterrand, Delors) che intuivano il futuro ed indicavano la strada e sapevano creare i rapporti di fiducia reciproca necessari per guidare il movimento della storia. Dobbiamo chiedere ai nostri leader attuali: Merkel, Junker, Renzi e gli altri un salto di qualità nell'azione politica. 

Perché senza una politica comune l’economia non può ripartire

Perché non stiamo facendo quello che è necessario? Una prima risposta possibile è: perché non abbiamo i soldi e perché già abbiamo un enorme debito pubblico. Per quello che riguarda i soldi le banche e le società di assicurazioni sono piene di soldi e non sanno che farne. Buone opportunità di investimento se ne vedono poche. Enormi quantità di denaro sono parcheggiate in impieghi che rendono pochissimo o, al contrario, alimentano bolle speculative pericolose. Banche ed assicurazioni sarebbero prontissime a finanziare a condizioni ragionevoli un grande programma di infrastrutturazione dell'Europa.

Occupiamoci adesso del debito pubblico. Quando diciamo che la ripresa dell'investimento privato deve essere trainata dalla ripresa dell'investimento pubblico non vogliamo dire affatto che l'investimento pubblico debba essere interamente finanziato con denaro pubblico. Gli investitori istituzionali sono pronti a collaborare, chiedono alla mano pubblica garanzie contro il rischio, continuità di iniziativa ed un quadro regolatorio intelligente ed affidabile. L'investimento di denaro pubblico deve attivare quello degli investitori istituzionali e questo a sua volta traina l'investimento privato. Jean Claude Juncker ha compreso perfettamente questo meccanismo ed il suo piano è assai ben congegnato ma i governi degli stati non lo hanno appoggiato e lo hanno ridotto a dimensioni poco più che simboliche.

Dobbiamo aggiungere che gli investitori diffidano degli stati non solo e non tanto per il livello elevato dei debiti pubblici quanto perché temono la continuazione o, peggio, la ripresa di politiche di spesa facile. Una cosa è chiedere dei soldi per fare degli investimenti, un'altra cosa è chiedere dei soldi per alimentare una spesa corrente enorme, di dubbia efficienza e spesso clientelare. Se gli stati non godono di molto credito l'Unione Europea è invece considerata sicuramente affidabile. Proprio la rigidezza con la quale essa ha difeso i principi della buona e corretta amministrazione nel corso di questa crisi la abilita a chiedere fiducia. Perché non diamo all’Unione europea risorse proprie adeguate ed il mandato politico di realizzare questo grande progetto di rilancio del nostro futuro?

Il progetto del quale stiamo parlando ha necessariamente una dimensione europea e non solo nazionale. Solo coordinando tutte le nostre imprese avanzate e le nostre migliori istituzioni di ricerca saremo in grado di vincere la sfida scientifico tecnologica; l’informatizzazione della economia e della società avviene necessariamente su di uno spazio mondiale in cui la dimensione continentale è appena sufficiente per avere voce in capitolo e, quanto alla logistica, ognuno capisce che essa può essere sensatamente pensata solo su di una base che abbraccia quanto meno l'intero territorio dell'Unione. È il principio di sussidiarietà (principio cardine della Unione) a dirci che qui la grande dimensione, la dimensione europea, offre un indubitabile vantaggio comparativo rispetto alla dimensione nazionale.

Veniamo adesso ai veri ostacoli che fino ad ora ci hanno impedito di affrontare con energia il problema che sta davanti a noi. Il primo in qualche modo lo abbiamo già visto ed è la debolezza della dimensione politica della Unione. Per lungo tempo abbiamo pensato che essa dovesse arrivare quasi insensibilmente alla fine di una serie di passi intermedi chiaramente giustificati dai vantaggi che essi portavano ai cittadini. Adesso siamo arrivati ad un punto in cui la mancanza di unità politica impedisce di fare le cose che servono urgentemente per assicurare il futuro della prossima generazione. Abbiamo fatto delle elezioni europee dicendo agli elettori che avrebbero eletto direttamente il Presidente della Commissione. Juncker è stato eletto con un programma non molto lontano dalle cose che qui abbiamo proposto ma gli stati membri non concedono le risorse necessarie ad attuare queste proposte. Sono risorse che neppure il Parlamento europeo è in grado di stanziare

Abbiamo bisogno di una vera unione politica. Il problema è stato posto più volte dalla Corte Costituzionale tedesca che non è antieuropea, come molti in realtà hanno pensato, ma è fedele al principio democratico. Sui soldi dei contribuenti tedeschi può decidere solo un Parlamento eletto con il loro voto. È possibile trasferire sovranità dal Parlamento tedesco al Parlamento europeo. Non è possibile trasferire sovranità alla burocrazia di Bruxelles. Questo è il nodo che deve essere sciolto.

Ma è disponibile la Germania a realizzare un effettivo trasferimento di sovranità ad un Parlamento europeo? In linea di principio sì. La Germania è e rimane un paese europeista. C'è però una cosa a cui la Germania non è disponibile a rinunciare, e questa cosa è il marco. Con la istituzione dell'euro la Germania non ha rinunciato al marco, semplicemente lo ha condiviso con gli altri paesi europei. Il marco non è una moneta ma una filosofia dell'economia. Possiamo riassumerla in questi termini: non è consentita nessuna manipolazione politica della moneta. Gli stati dunque non finanzieranno i loro deficit stampando moneta e producendo inflazione. L’inflazione è una tassa occulta. Se in una moneta comune uno stato produce più deficit e quindi più inflazione di un altro esso di fatto tassa i contribuenti degli altri stati. Per accettare un’Europa politica la Germania chiederà garanzie per i principi che oggi governano la Bce.

Un'altra ossessione tedesca è il timore che l'Unione Europea possa diventare una "Unione di trasferimenti". In un Parlamento europeo dotato di poteri sovrani potrebbero determinarsi maggioranze composte prevalentemente di rappresentanti di paesi poveri. Queste potrebbero cedere alla tentazione di fare forti politiche redistributive a danno delle regioni più ricche istituendo un welfare universalistico per tutti da fare pagare prevalentemente dai cittadini dei paesi più ricchi. Questa ossessione ulteriormente si è un pò attenuata perché la crisi recente ha mostrato che la cultura della stabilità e della competitività ha messo radici profonde nella maggior parte dei paesi dell'Europa centrale e orientale. Il blocco dei paesi che hanno introiettato profondamente i principi dell’economia sociale di mercato sembra oggi essere largamente maggioritario. D'altro canto su questo tema del "no ad una Unione dei trasferimenti" non si può nemmeno insistere troppo. L’Unione europea è già oggi un’"Unione dei trasferimenti" che finanzia abbastanza generosamente politiche di riequilibrio territoriale fra regioni ricche e regioni povere e la solidarietà è uno dei principi fondamentali dei Trattati. Credo che il punto di equilibrio stia nel concetto di "aiuto per l'autoaiuto". Sì al sostegno di politiche per lo sviluppo (investimenti per lo sviluppo) che siano trasparenti e prevedibili nel loro decorso oltre che controllabili nei loro risultati mentre ogni stato il proprio welfare se lo deve pagare da solo.

Una terza clausola che deve contenere una possibile futura Costituzione dell'Europa, se vuole superare le perplessità della opinione pubblica tedesca, è un limite al potere dell'Unione di spendere e di tassare. Occorre definire un limite assoluto al livello della pressione fiscale che l'Unione può esercitare. Sarebbe meglio definire un limite assoluto anche alla pressione complessiva che risulta dalla somma di tutte le imposte (dell'Unione, degli stati, delle regioni e dei comuni) pagate dal contribuente. Occorre inoltre definire con chiarezza i limiti quantitativi della spesa (per esempio con la clausola del pareggio tendenziale di bilancio obbligatorio) ed anche quelli qualitativi (per che cosa si può o non si può spendere il denaro dell'Unione). Si potrebbe anche definire una area di esenzione fiscale per il reddito di base necessario per la sussistenza basica della famiglia secondo il principio per cui il denaro che serve alla vita della famiglia non può essere tassato.

L'Europa ha bisogno di investire sul proprio futuro ma le gelosie e la mancanza di fiducia reciproca fra gli stati nazionali impediscono di farlo. Occorre dare all'Europa la consistenza politica che adesso le manca e questo significa il potere di tassare, il potere di accendere un debito pubblico europeo, il potere di programmare i grandi investimenti pubblici necessari per renderci competitivi nel mondo di domani. Questo salto di qualità politico dell'Unione deve essere accompagnato dalla indicazione di limiti precisi ai poteri dell'Unione per impedire una deriva burocratica o il prevalere di distruttive politiche di eccessiva pressione fiscale che ostacola lo sviluppo.

L’economia sociale di mercato per lo sviluppo dell’Europa

È necessario avere bene chiaro in testa un modello ed un progetto di sviluppo. Esso in realtà è già indicato chiaramente dai Trattati: è l’economia sociale di mercato. Nata in Germania, è presto diventata il modello delle Democrazie Cristiane e del Partito Popolare europeo, su di esso si è registrata la convergenza della nuova sinistra.

Si racconta che una volta Tony Blair abbia spiegato la differenza fra vecchia e nuova sinistra nel modo seguente: la vecchia sinistra vuole dare ai poveri sussidi, la nuova sinistra vuole dare loro formazione professionale e posti di lavoro. La vecchia sinistra pensa che i posti di lavoro li deve creare lo stato, la nuova sinistra sa che li crea il mercato. La vecchia sinistra lavora contro il mercato per limitarlo, la nuova sinistra lavora con il mercato per orientarlo verso l'utilità sociale. Se questa storia non è vera è ben trovata. In ogni caso su quei tre punti possono convergere il centro europeo e la nuova sinistra europea.

I tedeschi hanno il grande merito di avere sviluppato e difeso questo modello. Io credo che sia un buon modello per l'Italia e per l'Europa e che adottarlo significhi fare un favore non alla Germania ma a noi stessi ed all'Europa.

I tedeschi, d'altro canto, devono capire che non ha senso indicare un modello se non si indicano anche le condizioni che consentono di realizzarlo. La giusta flessibilità non è un tentativo di eludere il modello ma l'unico modo possibile di realizzarlo.

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