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Papa Francesco e la fraternità che può sconfiggere il fondamentalismo

Dopo la visita straordinaria del Papa in Africa non si può lasciar cadere nell'archivio la potenza dei suoi gesti e delle sue parole. Basti pensare alla breve e decisiva affermazione che ha pronunciato durante la sua visita alla Moschea Centrale di Koudoukou a Bangui, nella Repubblica Centrafricana: Tra cristiani e musulmani siamo fratelli, parole che si sono autoimposte come uno dei suggelli di un viaggio apostolico che è riuscito ancora una volta a capovolgere la geografia, trasformando la periferia nel centro del mondo. Centro spirituale, ma non solo, dal quale richiamare le questioni cardinali del cambiamento epocale da cui siamo investiti, tra le quali la relazione tra cristiani e musulmani. Un rapporto di parentela, di fratellanza, per Francesco. Che può parlarne in questi termini, senza la patina di certa retorica che a volte accompagna i cosiddetti dialoganti di mestiere, perchè lo ha fatto nel cuore di una capitale ferita a sangue dagli scontri tra comunità diverse, rischiando anche la vita e quindi chiamando tutti a una riflessione più radicale sul significato di tale parentela che si allarga ad abbracciare tutto il mondo, da nord a sud, da Oriente a Occidente. Perchè anche tra fratelli ci si uccide quando non ci si riconosce figli dello stesso padre. La rivoluzione francese si era attrezzata della fraternità come di una delle bandiere più efficaci, ma proprio in nome di quella, tanti fratelli finirono alla ghigliottina.

La fraternità che conduce a quella pace invocata così di frequente da Papa Francesco in terra d'Africa, è invece di tutta un'altra stoffa: quella che permette di riconoscere nell'altro da me, nel diverso da me, qualcuno che alla fine mi conviene, perchè mi porta qualcosa di buono. Esattamente il contrario di quella convinzione che arma i jihadisti, votati all'inseguimento di un'utopia violenta: costruire uno stato, un mondo, ripulito di ogni diversità; lasciar vivere solo chi è identico alla loro idea di come si deve essere, far fuori ogni alterità. Utopia violenta, perch anche nel tessuto più omogeneo si impone il dettaglio di una diversità.

In questo si innesta una provocazione singolare: se non si nasce fratelli, lo si può diventare. Almeno è quanto testimonia chi in Africa lavora da quarant'anni negli slum e nei campi dei profughi più terribilmente popolosi e in apparenza senza speranza del mondo. Lo si vede, lo si tocca: si diventa fratelli e sorelle, cioè si scopre che c'è qualcosa di buono per me in chi mi sta davanti, attraverso un'educazione paziente e audace, che non è sinonimo di istruzione. Se imparare a leggere e fare di conto è fondamentale, così come imparare un po' di inglese o francese per avere la possibilità di esprimersi ed entrare in contatto con il mondo fuori dalla mia tribù, l'educazione che serve è integrale: la cura della persona che anche in silenzio chiede di essere accompagnata a scoprire il gusto di vivere in pieno, di intraprendere un cammino con altri, di guardare oltre il cerchio della tribù, di entrare in relazione, fidarsi e sfidarsi. Lo raccontano continuamente gli africani di AVSI, che hanno speso anni sul campo come l'instancabile Romana Koech, keniota, che da decenni si occupa di promuovere i progetti di sostegno a distanza per avvicinare la scuola ai bambini che altrimenti non ne varcherebbero mai la soglia. Molti non hanno più la forza di agire o aspettano solo un'elemosina, l'elemosina del pane, l'elemosina della giustizia, l'elemosina di un gesto di attenzione e di bontà: ha rilevato il Papa descrivendo un quadro ordinario africano. Ebbene è questa la miccia che si può accendere a partire dalla cura dell'educazione e della formazione al lavoro: la voglia di riscatto personale e quindi di tutta la propria comunità. Com'è capitato a Juma, il primogenito di una famiglia di cinque figli, di Kibera, la più grande baraccopoli della capitale Nairobi, vivaio di terroristi. Suo padre abbandonò la famiglia dopo aver scoperto di aver contagiato la moglie con il virus dell'HIV. Juma non poteva andare a scuola perchè la madre non poteva permetterselo, così passava le giornate in strada a raschiare cibo dai bidoni della spazzatura. Grazie a chi ha investito le sue energie creative in progetti solidi di educazione Juma ha potuto avere accesso a un educazione di qualità, fino ad arrivare all'università deciso a laurearsi, a entrare in politica per restituire il bene ricevuto. Non è un'utopia, in questo orizzonte, la preghiera del Papa a Bangui che cessi ogni azione che sfigura il volto di Dio. Questo uno dei depositi più preziosi del viaggio papale: contro il fascino nero che esercita l'azione violenta, è l'invito a investire nell'educazione che merita di essere rischiata in tutta la sua efficacia. 

Giampaolo Silvestri, segretario generale Fondazione AVSI

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