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OLTRE L'ART.18, NUOVO PATTO PER IL LAVORO IN UN MONDO CHE CAMBIA

Infuria il dibattito sull'articolo18. L' importanza pratica di questa norma non è molto rilevante ma il suo valore simbolico è elevato e non va sottovalutato. Bisogna vedere le buone ragioni degli uni e degli altri per poi cercare, se possibile, un punto di incontro.

Il punto di vista liberale

Per i liberali il lavoro è una merce che si compra e si vende liberamente sul mercato, come tutte le altre. Il datore di lavoro deve potere liberamente disporre della forza lavoro della sua azienda per poter realizzare combinazioni produttive che abbiano successo. Se intuisce che la domanda dei beni della sua azienda si restringe deve essere libero di licenziare i lavoratori in eccesso. Se un lavoratore non si inserisce bene nell'ambiente di lavoro ed è causa di problemi, l'imprenditore deve essere libero di licenziarlo. Soprattutto adesso, in tempi di concorrenza esasperata, si salva chi intuisce ed anticipa gli andamenti del mercato. Quindi i liberali rivendicano piena libertà di licenziare. Essi fanno notare, inoltre, che più facilità nel licenziare significa probabilmente anche un maggior numero di assunzioni. Se so che sarà difficile o impossibile licenziare in molti casi preferirò non assumere. L'abolizione dell'art. 18 significa dunque, in prospettiva, un aumento dell'occupazione. Il capitalismo è superiore a tutte le altre forme di organizzazione del lavoro umano proprio perché in esso si cambia continuamente la combinazione dei fattori produttivi alla ricerca di soluzioni nuove e più efficienti, più produttive e più competitive. Anche il lavoro è un fattore produttivo e se esso non è pienamente flessibile l'intero processo che ricerca soluzioni più efficienti ne verrebbe ostacolato. Il motore del processo è la ricerca di un maggiore guadagno dell'imprenditore ( l'odiato profitto) ma in un sistema di mercato efficiente il profitto si ottiene massimizzando al tempo stesso la soddisfazione dei consumatori ed il benessere generale. Se però adesso nove persone fanno il lavoro che prima si faceva in dieci il risultato è che nove saranno più ricche e più felici ed una sarà disoccupata. Di questo i liberali non si preoccupano molto. In un mercato perfetto il disoccupato troverà presto un lavoro perché i nove che hanno mantenuto il lavoro e adesso sono più ricchi (ed i consumatori che adesso sono anch'essi diventati più ricchi perché una parte dell'aumento di produttività si trasferisce sui prezzi ed essi possono avere le stesse merci di prima ad un prezzo più basso e vedono quindi crescere la propria capacità di consumo) spenderanno il loro reddito aggiuntivo per soddisfare nuovi bisogni ed il disoccupato verrà impiegato per soddisfare questi nuovi bisogni.

Il punto di vista socialista

I socialisti obiettano che in questo modo il lavoro è trattato semplicemente come una merce. Il lavoro però è la vita dell'uomo che lavora ed insieme con il suo lavoro anche il lavoratore diventa una merce. La sua vita importa ed ha rilievo solo in quanto egli partecipa alla produzione delle merci. Se il lavoratore diventa disoccupato la sua intera vita perde di valore e non interessa a nessuno. Il vincolo della comunità umana per cui “homo homini res sacra” (l'uomo è per l'altro uomo una cosa sacra) si dissolve. L'uomo è rilevante per l'altro uomo solo in quanto produttore di merci e non in forza della sua dignità ( sacralità). Il disoccupato vive in effetti l'esperienza amarissima della irrilevanza sociale, del non esistere per gli altri, della alienazione. Descrive molto bene questa esperienza di alienazione ( meglio ancora di Marx) T.S.Eliot nel suo Canto dei Disoccupati:

“... La nostra nascita non è salutata. La nostra morte non è registrata dal Times”.

L'art. 18 è stato vissuto dal movimento sindacale come una liberazione del lavoratore da questa condizione di alienazione. Marx pensava che la liberazione potesse venire dalla proprietà comune dei mezzi di produzione. Con l'art.18 la liberazione viene dalla proprietà del posto di lavoro da parte del singolo lavoratore. Non è più una merce liberamente comprabile e vendibile ma un essere umano. Per questo molti nel sindacato vedono nell'art.18, come in generale nello Statuto dei Lavoratori, una salvaguardia fondamentale della dignità dei lavoratori. Non dimentichiamo che lo Statuto dei Lavoratori fa parte di quel grande compromesso sociale attraverso il quale sono state sconfitte le Brigate Rosse e si è consolidato l'appoggio del Partito Comunista allo stato democratico. Quel compromesso ha avuto un carattere materialmente costituzionale e questo spiega la reazione viscerale del sindacato (meglio: della parte più arretrata del sindacato) ed il motto “l'art.18 non si tocca”. Quanto alla convinzione liberale che il lavoratore disoccupato trovi necessariamente un nuovo posto di lavoro la sinistra (con i keynesiani) replica che questo sarà certo vero in un mercato perfetto e nel lungo periodo ma i mercati reali non sono perfetti ed i lavoratori vorrebbero vivere nel breve periodo. Se la razionalizzazione garantisce maggiore ricchezza nulla garantisce che questa maggiore ricchezza si spenda creando un posto di lavoro in Italia piuttosto che in Cina (i consumatori potrebbero spenderla per comprare prodotti cinesi) o creando posti di lavoro in settori merceologici a cui il disoccupato, dato il suo patrimonio di conoscenze professionali può accedere. Il mercato si amplia ma il disoccupato può benissimo restarne fuori.

Il modello tedesco

Abbiamo visto le ragioni dei riformatori e quelle della sinistra tradizionale. Esiste un punto di incontro fra queste ragioni?

Il problema che la sinistra pone, esiste ed ha in un certo senso (materiale e non formale) rango costituzionale: si tratta infatti della dignità del lavoro. La domanda che dovremmo farci è: esiste un modo alternativo all'art.18 di salvaguardare questa dignità? Esiste un modello che salvaguardi tale dignità senza creare un sistema di vincoli che impaccia la vita dell'impresa e la ostacola nel compito che le è proprio che è quello di produrre ricchezza?

L'articolo 1 della nostra Costituzione ci dice che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. L'articolo 1 della Costituzione della Repubblica Federale Tedesca ci dice qualcosa di simile (anche se, a mio parere, con una formulazione più precisa): "La dignità dell'uomo è inviolabile". Anche la Germania si è dovuta porre, nell'elaborazione del suo diritto del lavoro, il problema dell'alienazione del lavoratore in termini non molto diversi da quelli con cui hanno dovuto fare i conti i giuslavoristi italiani. Se il punto di partenza è comune il punto di arrivo è stato molto diverso. In Italia il peso delle garanzie da dare al lavoratore è stato buttato per intero sulle spalle delle aziende, in Germania se ne è fatta carico invece la comunità politica. In Italia si è affermato, in un certo senso, un diritto di proprietà del lavoratore sul posto di lavoro. In Germania il posto di lavoro rimane nella (quasi) piena disponibilità del datore di lavoro ma il lavoratore licenziato non viene abbandonato a se stesso. Il lavoratore riceve un consistente sussidio di disoccupazione, esiste un efficiente sistema di orientamento professionale che rileva dove si formano i nuovi posti di lavoro ed esiste un efficiente sistema di formazione professionale ( che si estende con adeguate metodologie anche agli adulti ed agli anziani) per dare al lavoratore la formazione aggiuntiva necessaria per occupare un nuovo posto di lavoro. Il sistema si impegna a formulare al lavoratore tre proposte congrue per un nuovo lavoro.

Qui l'accento non è posto sulla difesa del posto di lavoro ma sulla difesa del lavoratore che deve essere messo in grado di esistere sul mercato del lavoro come soggetto e non come oggetto. Si cerca inoltre di migliorare il funzionamento del mercato del lavoro colmando le asimmetrie e le deficienze informative. Uno dei motivi principali (forse quello principale) del cattivo funzionamento del mercato del lavoro è che offerta di lavoro e domanda di lavoro non si incontrano perché il lavoratore non conosce l'offerta e non dispone delle competenze e qualificazioni di cui l'impresa ha bisogno. Dandogli queste conoscenze lo si rende in grado di muoversi sul mercato del lavoro e di essere in esso soggetto e non oggetto. Alla proprietà del posto di lavoro si sostituisce la proprietà di un patrimonio di conoscenze che costituiscono il suo capitale individuale. Si cerca, insomma, di proteggere la persona non ostacolando il funzionamento del mercato ma migliorandolo.

Che il sistema funzioni lo mostra il basso tasso di disoccupazione in Germania.

In una fase storica di rapidissima e continua trasformazione tecnologica e di apertura dei mercati a paesi con costi del lavoro assai più bassi dei nostri i posti di lavoro vengono cancellati ( e creati) con grande rapidità la difesa del posto di lavoro è una strategia perdente e che funziona sempre di meno. La difesa del lavoratore rendendolo capace di navigare nel mercato del lavoro sfruttando tutte le opportunità che esso offre è certamente preferibile.

Un nuovo patto per il lavoro

Si può proporre al sindacato un nuovo patto sul lavoro che sostituisca le garanzie statiche del vecchio sistema con un nuovo sistema di garanzie dinamiche?

Sulla via di questa grande riforma esistono diversi ostacoli ed il sindacato ha diverse obiezioni, qualcuna valida e qualcuna no.

La obiezione valida consiste fondamentalmente in questo. Il nuovo sistema è costoso ed ha tempi non brevissimi per poter funzionare in quanto richiede competenze che non sono disponibili e vanno formate oltre che una rete organizzativa che è tutta da creare. Il sistema di orientamento professionale deve avere terminali in tutte le imprese in modo da avere informazioni sicure sulle assunzioni previste nell'anno. Il sistema di formazione professionale deve avere la capacità di valutare esattamente il patrimonio conoscitivo del lavoratore disoccupato e le integrazioni di cui ha bisogno per potere essere riutilizzato in una altra posizione lavorativa. Deve avere la capacità di formare lavoratori non più giovani (quella che i tedeschi chiamano "Erwachsenenbildung”). Formare un giovane disoccupato con laurea e livello culturale medio/alto è una cosa. Formare e riavviare al lavoro un cinquantenne che ha solo la licenza elementare è una cosa molto diverse. Si richiede personale con una grande capacità formativa e spesso un insegnamento individuale uno a uno, un insegnante per alunno. è dunque del tutto comprensibile l'atteggiamento della Cisl, che non è pregiudizialmente contrario alla abolizione dell'art. 18 ma vuole "andare a vedere", discutere non solo i principi generali ma anche il dettaglio del nuovo patto per il lavoro. Ci sono i soldi per l'orientamento e la formazione? Quali sono i tempi dell'andata a regime del nuovo sistema? Ci sono le risorse per il sussidio di disoccupazione? Quali sono le compensazioni economiche per il lavoratore licenziato (le "tutele crescenti") in modo da evitare licenziamenti arbitrari? Quali sono le tutele anti discriminazione, per evitare, per esempio, il licenziamento di lavoratori (per esempio attivisti sindacali) che non si sottomettono a pretese ingiustificate del datore di lavoro?

La verità è che le risorse disponibili non sembrano veramente adeguate ad una riforma di questa portata. Di questo bisognerebbe discutere per trovare una soluzione.

Sono disposti i datori di lavoro, che dalla riforma trarrebbero indubbi vantaggi, ad accollarsi i suoi costi, in tutto o in parte?

Vuole il governo sperimentare il percorso innovativo dei partenariati per lo sviluppo e l'occupazione, allo studio nella Commissione, nel Parlamento e nel Consiglio dell'Unione europea, per i quali i governi nazionali che si impegnano a fare le riforme ottengono un aiuto in sede europea, come sostegno diretto e/o come esenzione parziale e controllata da alcuni vincoli di bilancio? Basterebbe stabilire che nel fare le sue valutazioni la Commissione tiene conto non solo delle quantità ma anche della qualità dei bilanci che sono sottoposti al suo esame. In cambio il governo si impegna in forma vincolante a fare davvero la riforma.

Un nuovo modello di sindacato

Esistono poi, da parte sindacale, altre obiezioni di diversa natura, talvolta comprensibili ma non condivisibili. La riforma chiede al sindacato di ripensare profondamente se stesso, il suo rapporto al territorio, ai luoghi del lavoro ed ai lavoratori, la sua stessa identità e la visione dei suoi compiti e della sua funzione sociale. La Cgil (diversa è la storia della Cisl e delle altre confederazioni sindacali) nasce come sindacato antagonista. Gestisce la conflittualità sociale all'interno del sistema esistente ma non si sente vincolata ad esso. Il suo ideale è un altro e diverso sistema che (un giorno) verrà. Se il capitalismo dovesse crollare allora arriverebbe il socialismo e sarebbe meglio per tutti. Fra lavoro subordinato ed impresa vi è conflitto ma vi è anche una comunanza di interessi. Fra questi due poli il sindacato antagonista privilegia decisamente quello del conflitto e non si sente invece vitalmente interessato al successo dell'impresa. Il contratto collettivo è per esso solo un armistizio nella guerra fra capitale e lavoro.

La riforma della quale stiamo parlando chiede un sindacato della partecipazione e della cogestione, che privilegia nettamente la comunanza di interessi fra lavoratori dipendenti ed imprenditori e facilita l'investimento della creatività del lavoratore nella vita dell'impresa. Questo sindacato sa che se crolla il sistema capitalista non c'è a portata di mano un altro sistema migliore che possa sostituirlo e le conseguenze sono povertà e fame per tutti ed il sistema vive se è competitivo. Questo non implica una accettazione ideologica del capitalismo ma il riconoscimento del fatto che per migliorarlo bisogna cominciare con il riconoscere ed accettare le compatibilità fondamentali su cui esso si base. Un sistema in cui il lavoratore partecipa attivamente è un sistema più efficace e competitivo di uno in cui il lavoratore mette a disposizione dell'impresa la sua forza/lavoro ma non la sua partecipazione creativa. Un sindacato che cogestisce il sistema di relazioni di lavoro di cui abbiamo parlato non può essere un sindacato antagonista.

n realtà la Cgil (almeno nella sua ampia maggioranza) ha smesso da molti anni di essere un sindacato antagonista. Non ha però adeguato a questa nuova realtà la propria retorica e la propria mitologia, ha cercato di far convivere fra loro vecchie ideologie e nuove realtà. L'art.18 è,oggi, in un certo senso il baricentro dell'accordo che, nella Cgil, tiene insieme passato e futuro , mito e realtà, maggioranza e minoranza interna. Questo è, però, un problema interno della Cgil che essa non può scaricare sull'intero paese.

Anche agli imprenditori si chiede uno sforzo di cambiamento

Dobbiamo però dire per onestà anche agli imprenditori che il nuovo sistema chiede anche ad essi di cambiare. Non si può pensare di proporre oggi in Italia di proporre la cogestione così come essa esiste in Germania. E' però vero che la filosofia del nuovo patto sul lavoro è ( deve essere) una filosofia della partecipazione dei lavoratori alle scelte che li riguardano. La rinuncia a tutele esterne è (deve essere bilanciata) dalla partecipazione interna ai processi decisionali. La partecipazione garantisce il lavoratore contro decisioni arbitrarie meglio delle garanzie giuridiche esterne. Se la sentono le imprese, se la sente la Confindustria di entrare dentro una cultura della partecipazione e di accettare un patto sul lavoro che, in modi e forme da concordare, contempli una crescita della partecipazione?

L'impatto pratico dell'art.18

Come abbiamo detto all'inizio, l'art.18 ha una grande valenza simbolica ma il suo impatto pratico è limitato. Non dispongo di una statistica delle procedure di reintegro avviate secondo l'art.18 ma ho motivo di credere che siano poche. La maggioranza dei lavoratori e la grande maggioranza dei giovani lavoratori non fruiscono delle protezioni dell'art.18. Il pubblico impiego dispone di sue ben più robuste autonome tutele. I giovani lavorano senza tutele usando la finzione di una miriade di formule contrattuali che camuffano lavoro dipendente come lavoro indipendente proprio per sfuggire alla applicazione dell'art.18. Per essi un contratto di lavoro dipendente senza articolo 18 e con tutele crescenti rappresenterebbe una crescita netta di sicurezza e di diritti. Sarebbero meno precarizzati, meno mercificati e meno alienati di quello che sono oggi.

I licenziamenti discriminatori ed il nuovo modello di azione sindacale

Una questione a cui il sindacato giustamente è molto interessato è quella dei licenziamenti discriminatori ed in particolare quelli degli attivisti sindacali. A questo problema il testo di legge deve dare una particolare attenzione. Nella sostanza però il problema è solo uno. Il sindacato antagonista coltiva una cultura della opposizione a priori, della non integrazione e del conflitto che fa sentire il vincolo della disciplina in fabbrica come un peso intollerabile e che può spingere ad atteggiamenti che l'impresa avverte come una minaccia alla sua possibilità di ordinato funzionamento. Penso a modalità di lotta sindacale estremizzata come quelle che portarono ai licenziamenti per motivi disciplinari in Fiat che furono poi revocati dai giudici del lavoro. La controversia sull'art.18 è stata aggravata da alcune sentenze della magistratura del lavoro che non hanno fatto il bene dei lavoratori e delle imprese in Italia. Per chi coltiva quella idea di conflitto sociale e di azione sindacale il nuovo sistema di relazioni sindacali costituisce obiettivamente una minaccia. Quello è, però, il modello di relazioni sindacali che è urgente superare.

In conclusione

Il problema non è l'art,18 ma una nuova filosofia dei rapporti di lavoro in Italia e di conseguenza un nuovo patto per il lavoro ed un nuovo modello di sindacato. Questo non vuol dire che l'art.18 sia privo di importanza. Nella politica una questione vale per se stessa ma vale anche per i significati che viene ad assumere in un dato contesto storico. L'art.18 è il simbolo di una concezione delle relazioni di lavoro che è invecchiata e che ha bisogno di essere radicalmente rinnovata alla luce delle nuove situazioni della era della globalizzazione. Riusciremo però a superare organicamente l'art.18 solo se accoglieremo la esigenza fondamentale da cui esso nasce per darle una nuova forma. Il lavoratore non è una merce, è importante non solo come produttore di merci ma anche, e ancora di più, come cittadino e membro della comunità umana. La legislazione del lavoro ha il compito di salvaguardare la dignità della persona umana nel lavoro, di proteggerla contro la alienazione e la mercificazione. La riforma riuscirà davvero solo se convinceremo i lavoratori che togliamo loro protezioni vecchie, pesanti ed inefficienti per dare loro in cambio protezioni più moderne ed efficaci.

Rocco Buttiglione

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