www.fedescienza.it

Non è un problema di immigrazione clandestina ma di emergenza umanitaria

Lo stato libico non esiste più ed il Paese è nel caos ed in preda alla guerra civile. Il governo di Tobruk sostenuto dall'Egitto ed il governo di Tripoli sostenuto dalla Turchia si combattono aspramente fra loro. Fra di loro cerca di insinuarsi l'Isis che non ha ancora una grande consistenza propria ma ha comprato il sostegno di diversi gruppi tribali che appoggiavano Gheddafi e che sono preoccupati di essere emarginati dopo la caduta del dittatore. Oltre ai gruppi tribali libici vi sono centinaia di migliaia di immigrati. Alcuni lavoravano nell'economia libica e hanno perso il lavoro. Altri sono arrivati fuggendo da altre guerre e dal deserto che avanza nell'Africa subsahariana. Altri ancora hanno servito come mercenari per Gheddafi. Malvisti e maltollerati dalla popolazione locale cercano disperatamente un passaggio per l'Europa. In Libia non ricevono né cibo né alloggio né cure mediche né assistenza umanitaria. Si tratta di centinaia di migliaia, anzi milioni, di persone. Non è tutto. I nuovi schiavisti sanno che in Libia non c'è lo stato e organizzano i viaggi della speranza ( o della disperazione) da tutta l'Africa e dal Medio Oriente verso i porti libici. La Libia, dove lo stato non c'è, è il centro principale per organizzare il mercato dei passaggi clandestini in mare.

Molti pensano che si tratti semplicemente di immigrazione clandestina e che basti chiudere le frontiere. Accusano il governo italiano di incentivare l'esodo con le misure di assistenza in mare per i disperati. Non saremo in grado di disegnare una strategia fino a quando non capiremo che si tratta di qualcosa di essenzialmente diversi dalla immigrazione clandestina. Vediamo perchè. L'immigrato clandestino ' uno che cerca lavoro per migliorare la propria condizione, è cittadino di uno stato che esiste e rilascia regolari documenti di identit, arriva in Italia con un visto turistico, si cerca un lavoro nero e rimane clandestinamente dopo la scadenza del visto. La grande maggioranza dei clandestini arrivano cos. Il profugo non ha uno stato. Quello che aveva si sfasciato o non lo vuole pi e non gli riconosce i diritti di cittadino. Di conseguenza il profugo non ha documenti e non pu prendere un volo per l'Italia o per un qualunque altro paese. Non diventa clandestino quando gli scade il visto turistico. Era clandestino già prima. Negli stessi giorni in cui forse 700 profughi morivano nell'ultimo dei disastri delle carrette del mare 28 etiopi cristiani venivano sgozzati da Isis in Libia. Tutti dovremmo domandarsi: che ci facevano 28 etiopi cristiani in Libia? Con ogni probabilità erano in fuga dalla persecuzione nel loro Paese. Quasi in contemporanea abbiamo appreso un altro avvenimento terribile: in una barca dei disperati islamici hanno assassinato 12 compagni di sventura cristiani buttandoli a mare. Che ci facevano 12 cristiani su quella barca? Con ogni probabilità sfuggivano alla persecuzione nel paese loro. Questi due fatti ci mostrano la natura del fenomeno che sta davanti a noi. Non si tratta di emigranti clandestini, si tratta di profughi e molti di loro sono cristiani perchè infuria nel mondo la persecuzione contro i cristiani. Non si può un giorno dichiarare la propria solidarietà con i cristiani perseguitati ed il giorno dopo gridare che bisogna chiudere le frontiere. Di quelli che cercano salvezza in Italia molti sono cristiani perseguitati. Molti gridano: Chiudiamo le frontiere e rimandiamoli a casa loro. Non facile. Prima di tutto domandiamoci cosa vuol dire chiudere le frontiere? Se vuol dire dettiamo norme pi severe per la concessione dei visti turistici e per i controlli agli aeroporti la cosa si pu fare. Certo, rischiamo di trovare anche noi pi impacci e pi controlli quando andiamo in giro per il mondo. Rischiamo di metterci al margine della comunità internazionale. Non dimentichiamo che il nostro benessere si fonda in buona parte sulla facilità di circolazione delle persone, delle merci, dei servizi, dei capitali e delle idee, per se pensiamo che il gioco valga la candela possiamo farlo. Per dobbiamo sapere che questo non ridurr affatto il flusso dei profughi. Questi vengono per mare e si lasciano dietro le spalle la concreta minaccia della morte ed il ricordo di una vita di umiliazioni forse peggiori della morte. Lunico modo di fermarli è sparagli addosso. Ce la sentiamo di farlo? Qualcuno dice: ma non potremmo prendere il controllo delle carrette del mare e riportarle al punto di partenza, rimandarli a casa loro? Il problema proprio questo: i profughi non hanno una casa. Quella che avevano la hanno perduta. Limmigrante clandestino viene solo. Pi tardi, dopo che avr trovato lavoro, far venire la famiglia. Non espone la famiglia ai disagi della immigrazione e della clandestinit. I figli li lascia a casa. Li lascia a casa perch ha una casa e proprio per questo noi a casa potremmo anche rispedirlo. Il profugo si imbarca spesso sulle carrette del mare insieme con i propri figli. Farebbe correre in questo modo il rischio della morte in mare ai propri figli se non avesse la convinzione che nel paese di origine li aspetta un destino peggiore? Se potesse lasciarli a casa? Non parliamo poi dei minori che vengono imbarcati da soli ( s, ci sono anche questi). A volte hanno dei parenti in Italia ed esiste una speranza pi o meno vaga che li possano raggiungere. A volte sono bambini rimasti senza genitori, parenti a altra protezione. Il mondo pieno di minori abbandonati. I trafficanti di uomini li prendono e li vendono a chi sfruttano la prostituzione o a chi organizza il lavoro nero. Non un problema di immigrazione clandestina. In una buona parte dellAfrica e del Medio Oriente non lo stato e non uneconomia organizzata. Si combattono guerre feroci in cui sempre più rilevante diventa la componente religiosa. Per i vinti non c'è pietà. È in atto lo sterminio di interi gruppi etnici e religiosi. Chi ha perso tutto cerca disperatamente di fuggire. In Turchia vi sono adesso diversi milioni di profughi iracheni, siriani, yazidi, curdi. Mentre condanniamo (giustamente) le parole insensate rivolte dal Presidente della Turchia contro Papa Francesco per avere detto la verità sullo sterminio degli armeni da parte dei turchi cento anni fa rendiamo onore invece alla Turchia di oggi per la generosit con cui accoglie questi profughi.

Forse un altro milione di profughi in fuga verso il Kurdistan, nel nord dellIraq e altrettanti verso la Giordania ed il Libano. Tutti questi profughi sono il risultato soltanto di una delle crisi del mondo ci oggi: la guerra con Isis in Siria ed in Kurdistan. Cosa diremo della Somalia, della Eritrea, di Aden e dello Yemen? Cosa diremo del Ciad o del Nord della Nigeria dove ferve la guerra di Boko Haram contro i cristiani? Mi fermo qui ma purtroppo non sarebbe difficile continuare. Mi fermo qui per non annoiare il lettore ma anche perchè le aree che ho nominato sono, nel mondo globalizzato di oggi, contigue all'Italia. Per chi cerca scampo lItalia appare come uno dei punti di approdo da prendere in considerazione, perch garantisce lingresso nella Unione Europea, perchè è facilmente accessibile ed è anzi spesso quello pi facilmente accessibile. Basta dare uno sguardo distratto alla carta geografica per vedere che lItalia protesa nel Mediterraneo in modo tale da essere il paese sicuro pi facilmente accessibile per chi viene dall'Africa subsahariana. Con quellarea siamo in contatto diretto perch la Libia non pi una barriera, la Libia non più uno stato. Organizzare il viaggio di una carretta del mare non una cosa proprio semplicissima. È difficile farlo senza una certa complicit delle autorit locali. Per questo il modo ordinario di combattere questo traffico fare un accordo con il governo locale. Il governo locale si impegna ad impedire il traffico e riceve in cambio canali di immigrazione legale e progetti di collaborazione economica che creino posti di lavoro e consentano ai profughi di vivere. Oggi in Libia non c un governo in grado di concludere un accordo di questo tipo e di farlo rispettare. Il profugo, infatti, secondo il diritto internazionale umanitario, ha il diritto di raggiungere un asilo sicuro ma non necessariamente di arrivare in Italia se trova prima sul suo cammino un altro asilo sicuro. Nel caso, poi, che la massa dei rifugiati ecceda la capacit del primo paese di accoglienza di farvi fronte i rifugiati possono ricevere documenti di identit internazionali ed essere avviati verso altri paesi che se ne fanno carico in proporzione alle proprie possibili. Nel caso della Libia il trattato c'è. E quello fatto da Berlusconi con Gheddafi. Non cinvece lo stato che lo possa fare rispettare. Abbiamo dimenticato di aggiungere una clausola, che manca nel trattato con la Libia e ne annulla il valore. Per poter dire ad un rifugiato: no, tu in Italia non vieni e, se sei venuto ti rimandiamo indietro in Libia necessario che la Libia sia un Paese che aderisca ai trattati ed alle convenzioni internazionali per la protezione dei diritti umani e in modo particolare per la protezione dei diritti dei rifugiati. A queste convenzioni e trattati, la Libia di Gheddafi non aderiva. Speriamo lo faccia la nuova Libia quando risorger. Questo il quadro generale della situazione. Non un problema di immigrazione clandestina. E un problema di emergenza umanitaria. Possiamo chiudere le frontiere alla immigrazione clandestina. Forse miope, forse ingeneroso ma se proprio vogliamo farlo abbiamo il diritto di farlo. Se invece ci rifiutiamo di soccorrere un profugo e lo rimandiamo dai suoi carnefici noi ci rendiamo complici del suo omicidio. Allo stesso modo se, stando in porto, rifiutiamo di far salire un estraneo sulla nostra barca siamo nel nostro diritto; se rifiutiamo di raccogliere un naufrago in mare siamo degli assassini. un problema che ha dimensioni enormi e coinvolge molti milioni di persone. un problema che destinato ad aggravarsi sempre di pi se non troveremo politiche adeguate per affrontarlo o se le nostre politiche falliranno. un problema che minaccia di inghiottire nel tempo la nostra pace, la nostra sicurezza ed il nostro benessere.

Che fare, dunque? Una strategia di lungo periodo

Se il problema fondamentale la guerra la prima cosa da fare vincere la guerra contro ISIS e consolidare una situazione di pace nel Mediterraneo. Per fare la guerra occorrono armi ed armati. C'è in Italia una certa cultura antimilitarista ( parzialmente giustificata dalle troppe avventure militari della nostra storia passata) che preme sempre per la riduzione delle spese militari ed abolirebbe volentieri eserciti e forze armate. Dobbiamo dire francamente invece che la nostra sicurezza è minacciata e che siamo disposti a fare i sacrifici necessari per difenderla. Dobbiamo chiedere ai nostri responsabili militari una nuova valutazione del fabbisogno di sicurezza dell'Italia alla luce della nuova situazione che si creata nel Mediterraneo. Il prossimo libro bianco della difesa sarà una buona occasione discutere di questo. Sono in molti a non avere compreso che quella che sta davanti a noi non è una questione di immigrazione ma una questione di pace e di guerra. Anche lEuropa non lo ha compreso. Il tema della sicurezza sta diventando sempre pi centrale nella agenda europea. Ci si preoccupa per soprattutto delle minacce alla integrited indipendenza dellUcraina e della frontiera ad Est. La crisi nel Mediterraneo considerata piche un vero pericolo un fastidio che va gestito piche affrontato e risolto. compito dellItalia far comprendere allItalia la portata del pericolo che si addensa sulla nostra frontiera sud. Nella valutazione del fabbisogno di sicurezza dellUnione europea la crisi libica altrettanto importante di quella ucraina e di Isis. Euna minaccia maggiore, pi immediata e diretta che la Russia di Putin. LAmerica, dopo avere destabilizzato il Medio Oriente con le due guerre del Golfo, adesso guarda al Pacifico, non ha una strategia per il Mediterraneo e non lo considera un interesse preminente. Le nuove tecniche di estrazione del petrolio la rendono indipendente dai rifornimenti energetici del Medio Oriente e del Mediterraneo e non vuole investire e rischiare pi che tanto in questo scacchiere. Se l'Unione europea prender una iniziativa forte gli Stati Uniti la seconderanno ma non faranno molto di loro iniziativa. Le guerre si vincono con le armi e gli armati ma con le baionette (diceva Talleyrand) si può far tutto tranne che sedercisi sopra. La guerra finisce davvero solo quando si costruisce un equilibrio di pace che sia accettabile per tutti, in cui tutti vedano tutelati i propri interessi e valori fondamentali. La forza militare è uno strumento della politica ( talvolta uno strumento indispensabile) ma non la sostituisce e non può risanare i guasti di una politica sbagliata.

Dobbiamo investire sul dialogo interculturale ed interreligioso. Dobbiamo presentare all' Islam un volto dell'Occidente che non sia ateo e libertino, che non possa essere visto come nemico della religione e della famiglia ed incompatibile con la tradizione culturale di quei popoli. Dobbiamo favorire la nascita e la crescita di un Islam nuovo, aperto al rispetto dei diritti umani ed al dialogo con l' Occidente. Dobbiamo scegliere con cura i nostri alleati, in modo che non possano essere additati come esempi di disonesto, di arrivismo e di relativismo morale. Non stabilizzeremo il Mediterraneo se non presenteremo un volto dell'Occidente capace di dialogo con la coscienza religiosa e questo ovviamente, chiama in causa la nostra stessa identit. Siamo davvero tutti Charlie? Tutti uomini pronti e disprezzare ed irridere ogni credenza religiosa e desiderosi di offendere tutti gli uomini religiosi? O siamo invece uomini che apprezzano e rispettano la religione ma credono che la fede si afferma nel dialogo con la libert e la libert quindi va rispettata sempre, anche quando sbaglia, anzi soprattutto quando sbaglia, perch Dio odia il peccato ma ama il peccatore e vuole che viva e non che muoia? Non stabilizzeremo il Mediterraneo se non indicheremo ai popoli di quest area un cammino verso uno sviluppo economico equilibrato. Occorre un grande piano di sviluppo che comprenda. Listituzione di una area di libero commercio e sviluppo economico condiviso nella quale siano assicurate le quattro libert: liber di movimento delle merci, libert di movimento dei servizi, libert di movimento delle persone, libert di movimento dei capitali. A queste quattro libert tradizionali va aggiunta una quinta libert: la libert di movimento delle idee unita al rispetto dei diritti umani.

Servir anche un piano di investimenti infrastrutturali. La creazione di un mercato integrato chiede la abolizione delle barriere doganali ma chiede anche la costruzione di strade e ferrovie, porti e aeroporti ed interporti, autostrade informatiche e universit e centri di ricerca. Esistono capitali e capacit tecnologiche in Europa; esistono grandi quantit di capitali anche nei paesi arabi produttori di petrolio, esistono popoli con una grande cultura e grandi capacit, qualit imprenditoriali ed abitudine al duro lavoro e gusto del lavoro ben fatto. Bisogna mobilitare queste energie cercando tutte le sinergie con la nostra economia in una alleanza politica ed economica ( e se necessario anche militare) con l'Unione europea. Tutti sanno cosa propone Isis e la proposta appare attraente in alternativa al caos, al decadimento morale ed alla povert di massa che derivano da imitazioni sciagurate dei modelli consumistici occidentali. Dobbiamo rendere evidente il modello di sviluppo che proponiamo in alternativa e lalternativa deve essere allo stesso tempo culturale, politica ed economica.

Una strategia di breve periodo

Solo una strategia di dimensioni mondiali e di lungo periodo allaltezza della sfida che sta davanti e noi. Per questo essenziale che Europa divenga cosciente della gravit della minaccia e della propria responsabilit. Abbiamo per bisogno anche di una strategia di breve periodo che ci dica cosa dobbiamo fare adesso, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.

In Libia si addensano diverse centinaia di migliaia di disperati e le organizzazioni dei trafficanti li incanalano verso le carrette del mare per avviarli verso l'Italia. Lo fanno per liberarsi di loro e, insieme, per guadagnare da questo commercio. Se non facciamo nulla possiamo facilmente immaginare che nel corso di un anno arriveranno in Italia un mezzo milione di persone e diverse migliaia disperderanno le loro ossa sul fondo del mare. Che fare? Con lMare Nostrum abbiamo offerto soccorso in mare a chi tentava la traversata. Qualcuno ha ripetuto in modo ossessivo che in quel modo noi incoraggiavamo il traffico. Abbiamo ridotto di molto limpegno con loperazione Triton. Gli arrivi non sono diminuiti, si sono raddoppiati ed il numero dei morti in mare si moltiplicato di molte volte. Adesso il commissario tedesco per limmigrazione ci dice che bisogna riprendere loperazione Mare Nostrum. Certo, loperazione va ripresa ma deve essere un'operazione comune europea e resta comunque un palliativo. Salva vite umane ma non interrompe il traffico. Qualcuno dice che dovremmo fare un blocco delle coste libiche. Non chiaro cosa questo debba significare. Fermiamo i barconi e li riconduciamo ai porti di partenza? E che ne sar di loro in un paese che non li vuole, che li disprezza, che li respinge, che li umilia e li riduce in schiavit? Il governo italiano oggi dice che prima di tutto dobbiamo costruire la pace e ricostruire lo stato in Libia. Questo significa convincere ad un accordo il governo di Tobruk (laico) e quello di Tripoli (islamico moderato). Entrambi sono minacciati da Isis, che approfitta delle loro discordie per ampliare la propria sfera di influenza. Essi per non riescono a mettersi d'accordo per combattere insieme contro gli integralisti. Per fare l'accordo bisogna parlare con l'Egitto ( che sostiene il governo di Tobruk) e con la Turchia (che sostiene il governo di Tripoli). Non possibile che nuove forme di imperialismo regionale precipitino la Libia e tutto il Mediterraneo in una guerra senza fine. Quando riusciremo a chiudere un accordo avremo un interlocutore per parlare di guerra all' ISIS. Allora un intervento militare sarà più facile ma forse non sarà più necessario. Un intervento militare non legittimato dall'invito di un governo legittimo e molto pericoloso. Tutte le fazioni potrebbero unirsi per lottare contro un intervento esterno sentito come imperialista e colonialista. Soprattutto i musulmani moderati di Tripoli potrebbero radicalizzarsi ed allearsi con ISIS. Un governo libico potrebbe legittimare un intervento europeo ma forse non ne avrebbe bisogno. Forse, a quel punto, basterebbe dare al governo libico il sostegno politico ed economico, addestrare le forze armate e dare appoggio logistico ed aereo. Lo stato libico ricostruito dovrebbe aderire alle convenzioni ed ai trattati che costituiscono il diritto internazionale umanitario. Questo renderebbe possibile considerare la Libia come un rifugio sicuro. Lo stato libico potrebbe intervenire per stroncare il traffico di persone umane e le barche che comunque riuscissero a prendere il mare potrebbero essere fermate e ricondotte al porto di origine senza violazione dei diritti umani degli occupanti. Allora s che il blocco marittimo potrebbe funzionare. I profughi potrebbero trovare assistenza umanitaria in campi istituiti in Libia dalla Unione europea. L potrebbero essere identificati e ricevere validi documenti di riconoscimento e di viaggio. Alcuni di loro potrebbero trovare lavoro in una economia libica che ricominci a funzionare. Altri potrebbero ricevere formazione professionale, imparare la lingua del posto ed emigrare in Europa, divisi fra i diversi paesi in proporzione alla capacit di assorbimento del loro mercato del lavoro. Questo naturalmente dovrebbe essere accompagnato da un sostegno ad un progetto di sviluppo che stabilizzi il nuovo stato e ripaghi l'impegno che si chiederebbe allo stato libico. A questa soluzione stiamo lavorando da tempo, il risultato sembra a portata di mano e poi sempre sfugge e viene rimandato in un incerto futuro. Occorre fare un nuovo tentativo con una pressione decisa, forte, di tutta l'Unione Europea e anche degli Stati Uniti, sulla Turchia e sull'Egitto oltre che sui governi di Tripoli e di Tobruk, per arrivare ad un accordo. La Ue dispone di molti ed efficaci strumenti di pressione sia sulla Turchia che sull'Egitto per spingerli all'accordo. Occorre una decisione politica pi forte da parte della Unione Europea ed anche la disponibilit ad offrire le necessarie contropartite. Che fare, per, nel frattempo, finch questo accordo, sempre atteso, pi volte annunciato e sempre rimandato, non sareffettivamente concluso? Una soluzione non priva di rischi ma che a questo punto appare necessaria quella di costituire in territorio libico un'area di protezione e rifugio umanitario, possibilmente con l'accordo dei due governi libici, garantita dalla forza militare dell Unione europea. Qui potrebbero essere costruiti i campi di assistenza umanitaria dove i profughi riceverebbero aiuto e documenti per essere poi avviati verso diversi paesi europei in proporzione alla capacit ricettiva del mercato del lavoro di ciascuno di essi. Naturalmente immigranti illegali mescolati ai rifugiati potrebbero essere rispediti al loro paese di origine. Qui potrebbero essere ricondotte le barche dei disperati ed allora il blocco delle coste potrebbe effettivamente funzionare. I rischi sono rilevanti. La comunicazione deve essere limpida in modo da rendere evidente che non si tratta di un intervento imperialista negli affari interni della Libia ma realmente di un intervento umanitario. D'altro canto questo intervento pu diventare l'unica alternativa ad un movimento incontrollato di enormi masse umane da un lato all'altro del Mediterraneo con incalcolabili sofferenze umane ed imprevedibili effetti sociali.

Rocco Buttiglione

Sede legale Via Statale 11, n. 11/13 // 25011 Ponte San Marco - Brescia // fedescienza(AT)fedescienza.it
credits