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Papa Francesco, i populisti e la costruzione di un nuovo popolarismo

di Rocco Buttiglione


Che vuol dire populista?

La parola “populista” è entrata nell’uso comune, per lo più in senso dispregiativo. Ma cosa vuol dire propriamente “populista” e perché questa parola gode oggi di tanta popolarità? “Populista” deriva propriamente da “popolo”. Nel secolo XIX in Russia i populisti erano gli “amici del popolo”, coloro che volevano “andare verso il popolo”, condividere il suo punto di vista, sentire le sue sofferenze, le sue inquietudini, le sue speranze. Il movimento populista nasceva dalla percezione di un abisso profondo fra il modo di essere e di pensare dei ceti dominanti e quello delle masse popolari. I ceti dominanti tentavano di imporre alle masse popolari una approssimativa ideologia illuministico/modernizzante cui le masse popolari resistevano. I ceti dominanti erano “occidentalizzanti”, entusiasti della modernizzazione che travolgeva tutti i modi di vivere tradizionali. Della stessa modernizzazione il popolo diffidava profondamente, vedeva che essa portava disoccupazione, miseria, alcolismo e prostituzione.

Forse se oggi si torna a parlare di populismo la ragione è che di nuovo fra ceti dominanti (li chiamo dominanti e non dirigenti perché di fatto hanno perso la capacità di dirigere il popolo) e popolo si è aperto un abisso. Il popolo non si fida delle classi dominanti. Nella mondializzazione capitalistica il popolo non si sente affatto a suo agio, la teme e ne diffida. Oggi si ironizza troppo facilmente sulle “chiacchiere da bar”. Le chiacchiere da bar esprimono il vissuto dei ceti subordinati, cioè della grande maggioranza del popolo. Anche in America Latina i populisti sono quelli che si mettono dalla parte del popolo, vogliono guardare la realtà con gli occhi del popolo e parlano la lingua del popolo.


Non sempre il popolo ha ragione e per questo le ricette dei populisti spesso non funzionano

Contrariamente a quello che pensava Rousseau non sempre il popolo ha ragione. K.Marx spiegava giustamente che ogni ceto sociale vede la realtà sociale dal proprio punto di vista. La posizione che ciascuno di noi occupa nel mondo ci rende facile vedere alcune cose e più difficile vederne altre. Ognuno di noi pensa che se solo i problemi della sua categoria fossero risolti tutto il mondo funzionerebbe nel migliore dei modi. I pensionati pensano sempre che le pensioni sono troppo basse e non capiscono perché non vengano aumentate. Che debba esistere una qualche correlazione fra l’ammontare dei contributi previdenziali pagati e quello delle pensioni percepite è concetto che spesso sfugge alla loro comprensione. Gli imprenditori pensano che se solo diminuissero le tasse tutti sarebbero felici. Raramente si preoccupano del fatto che se diminuissero le tasse bisognerebbe diminuire i servizi alla parte più povera della popolazione. Le mamme non capiscono perché lo stato non assuma tutti i figli in cerca di lavoro e non pensano che per farlo bisognerebbe aumentare le tasse oppure stampare tanta carta moneta e distruggere il potere di acquisto dei salari etc... Il politico populista fa la somma di tutte le domande popolari e tenta di realizzare i desideri del popolo. Si scontra in genere con due difficoltà. La prima è che le domande popolari si contraddicono fra di loro e non di lasciano semplicemente sommare. La seconda è che il popolo giustamente si lamenta di ciò che lo fa soffrire ma non percepisce la complessità della realtà sociale, non vede come i diversi fenomeni interagiscano fra di loro e come per curare le cause profonde del disagio non basti o spesso sia controproducente agire sui sintomi più immediati ed evidenti. Non a caso tutti i movimenti populisti insistono sulla necessità della trasparenza e vedono dappertutto complotti coperti dal segreto. Talvolta i complotti ci sono davvero ma spesso l’opacità della realtà sociale dipende semplicemente dalla complessità del mondo in cui viviamo. Rimedi che non tengono conto di tutti i fattori in gioco in genere non funzionano e spesso sono controproducenti.


C’è bisogno di un sapere al servizio del popolo

Marx pensava che alcuni gruppi sociali avessero una posizione particolare che consentiva loro di vedere la totalità sociale e di cogliere quindi il nesso fra le diverse prospettive settoriali e particolari. Questi gruppi erano per lui il proletariato e la grande borghesia. La grande borghesia vedeva, secondo lui, la totalità sociale in una prospettiva statica, consapevole del sistema di compatibilità da cui dipende la riproduzione della struttura sociale esistente. Il proletariato vedeva invece la medesima totalità sociale in una prospettiva dinamica, dal punto di vista della sua trasformazione possibile. Questa teorizzazione di Marx è alquanto rudimentale, anche se certo contiene elementi di verità. Sia Lenin che Gramsci che Mannheimer la hanno corretta andando a ritroso, più o meno consapevolmente, da Marx ad Hegel. Hegel teorizza anche lui che la comprensione della realtà sociale non si offre immediatamente a tutti. Essa richiede un allenamento particolare all'esercizio della ragione applicata alla comprensione della realtà sociale unita ad un certo distacco da tutti gli interessi particolari che possono turbare l’esercizio imparziale della ragione. Queste sono caratteristiche proprie della classe dei funzionari (ed in modo particolare di quella sottoclasse che sono i professori universitari). Lenin sostituisce al professore universitario l’intellettuale rivoluzionario ovvero il rivoluzionario di professione. Gramsci vede la necessità di elaborare un sapere all’altezza della complessità sociale e per lui il partito è l’intellettuale organico del movimento rivoluzionario. Ambedue vedono l’importanza del momento della formazione intellettuale professionale oltre che della posizione di classe. La posizione di classe offre, per dir così, il punto di vista privilegiato che consente di abbracciare con uno sguardo la totalità sociale. La professionalità intellettuale è, invece, il cannocchiale che consente di fare un uso efficace di questa posizione privilegiata. Mannheimer ha invece rinunciato all’idea che esista una classe con una posizione privilegiata che le consenta di abbracciare la totalità sociale ed ha insistito invece sulla funzione dell'intellettuale che dispone degli strumenti conoscitivi per comprendere e riconciliare i punti di vista di diversi gruppi sociali (senza necessariamente abbracciare l’intera realtà sociale).


Gli intellettuali hanno perso il contatto con il popolo

Se indichiamo con la parola “intellettuali” l'insieme di coloro che hanno la funzione sociale di elaborare un sapere capace di guidare il popolo possiamo dire che la crisi attuale è una crisi degli intellettuali o, più esattamente, é una crisi intellettuale e morale. Una generazione di intellettuali è fallita e, di conseguenza, abbiamo bisogno di una nuova cultura. Una generazione di intellettuali (nella categoria degli intellettuali sono naturalmente compresi anche i politici) é fallita fondamentalmente per due motivi: non hanno capito il mondo che cambiava, non hanno visto la crisi epocale che si avvicinava, non hanno spiegato al popolo cosa si poteva e doveva fare per affrontare la nuova situazione. Naturalmente alcuni hanno visto ciò che accadeva ed hanno anche lanciato grida di allarme ma non sono riusciti a farsi ascoltare. Non sono in questione qui solo insufficienze personali ma il non funzionamento di un sistema di comunicazione. Non hanno ascoltato la voce del popolo, non ne hanno compreso le preoccupazioni ed i bisogni, non hanno saputo elaborare un linguaggio capace di spiegargli il mondo che cambiava. Hanno curato i propri interessi ed i propri privilegi ed hanno perso la fiducia del popolo che non li ha più riconosciuti come "suoi", cioè come meritevoli di fiducia, come compagni da seguire. Si sono “corrotti” in modo radicale. Non solo hanno preso per se del denaro pubblico ma hanno perso come punto di riferimento fondamentale il bene comune e lo hanno sostituito con il loro interesse particolare. Per decenni ci hanno spiegato che la cultura della democrazia era il relativismo etico e non si sono accorti che il relativismo etico era il brodo di cultura della corruzione.


Il pastore deve avere addosso l’odore delle pecore...ma non deve essere una
pecora

Una volta Papa Francesco ha detto che il pastore deve avere l'odore delle pecore. Noi potremmo dire che il politico o l'intellettuale deve avere l'odore del suo popolo. Chi disprezza troppo facilmente i populisti o le loro chiacchiere da bar è sulla cattiva strada. I populisti parlano come il popolo parla e dicono le cose che il popolo immediatamente pensa. Chi se ne scandalizza si vergogna in realtà del proprio popolo e difende una cultura superata dalla quale il popolo si sente tradito. Per ricostruire un rapporto di fiducia fra dirigenti e popolo bisogna prima di tutto non vergognarsi di essere popolo, di appartenere a quella realtà più grande di se che è il popolo. Per questo la nostra cultura, prigioniera dei suoi riti del “politicamente corretto” ha bisogno di svecchiarsi radicalmente e di andare verso il popolo. E’ però anche sbagliato vietarsi di capire quello che il popolo non capisce o proibirsi di dire che il popolo sbaglia. Il compito di un intellettuale popolare o di un partito popolare è quello di ascoltare con simpatia e rispetto le esigenze, le domande, le esperienze del popolo per rielaborarle trasformandole da un caos di proteste incoerenti fra loro in un programma che tiene conto della limitatezza delle risorse disponibili e della complessità della situazione nella quale ci si trova ad operare. La politica popolare é un lavoro che presuppone la conoscenza oggettiva della situazione, l’ascolto della domanda sociale, la formulazione di un programma e la capacità di sottoporre questo programma alla attenzione del popolo per ottenerne il consenso. Naturalmente è il lavoro non di un individuo ma di una comunità umana. Nessuno può padroneggiare da solo tutte le conoscenze di cui la politica ha bisogno. Nessuno può conquistare da solo la fiducia di tutto un popolo. Per questo il soggetto della politica è il partito. Essere popolari non significa disprezzare i populisti ma ricostruire il rapporto di fiducia fra intellettuali e popolo, superare la crisi di cui il populismo é espressione.


Per superare la crisi abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente competente ed onesta

La nuova classe dirigente deve superare i due difetti che hanno portato alla rovina quella precedente. Deve elaborare una visione della crisi e delle proposte realiste sul modo di superarla. Non basta spiegare che alla fine la globalizzazione porta (può portare) a tutti più benessere ed una vita migliore. Bisogna avere una idea convincente sul modo in cui i gruppi sociali più minacciati dalla disoccupazione e dalla svalutazione delle proprie competenze professionali potranno riqualificarsi e trovare nuovi lavori. Non solo quelli che hanno buoni studi e livelli di competenze elevati ma anche quelli che hanno studiato poco e non sanno che fare oppure che hanno per anni imparato a fare cose che adesso non servono più o si fanno in un modo totalmente diverso. Deve avere un’etica forte del servizio pubblico, del “servire il popolo”. Deve sentire la propria appartenenza ad una comunità nazionale e la propria responsabilità verso di essa. Deve pensare la democrazia a partire non dal relativismo etico ma da una etica oggettiva dei valori. Non deve permettere che il rispetto per i valori degli altri si traduca in un divieto di vivere con passione e con amore e anche con intransigenza i propri valori. Una classe dirigente é composta di intellettuali e di politici ma anche di giornalisti e comunicatori, di vescovi e di parroci. Una classe dirigente esiste se c’è un rapporto di fiducia con il popolo. Politici competenti ed onesti non sono sufficienti se non si ristabilisce il rapporto con il popolo, se il popolo non esce da un atteggiamento rancoroso e recriminatorio e non si mette in ricerca di una nuova politica con la disponibilità a darle fiducia. Perché questo avvenga é necessario un esercizio di responsabilità ed un incoraggiamento da parte di tutti coloro che, in un modo o in un altro, hanno il compito di educare il popolo.


Dal populismo al popolarismo

Papa Francesco è spesso accusato di essere populista. E’ giustificata questa accusa? Certamente il Papa è contrario alle èlites che disprezzano il popolo e progettano il futuro senza tenere davanti agli occhi le sue esigenze reali, il suo bene comune. Le èlites non conoscono il concetto di bene comune. Le migliori, quelle che dispongono di un effettivo sapere tecnico, conoscono il concetto di Pil (prodotto interno lordo). Se la ricchezza complessiva aumenta tutto va bene. Se poi la ricchezza si concentra in un numero minore di mani non importa. La statistica non registra queste minuzie. O se anche il benessere generale aumenta ma alcuni gruppi, magari minoritari, vengono condannati ad una situazione di povertà e marginalità assoluta e vengono scartati dal progresso anche questo non importa. É, questa, la cultura dello scarto, che il Papa non perde occasione per condannare. Tutto questo però non vuol dire che il Papa non riconosca il ruolo delle classi dirigenti popolari, cioè del sapere messo al servizio di un progetto nazionale. Il Pil non è il bene comune ma se la ricchezza complessiva non aumenta realizzare il bene comune diventa certo più difficile. Occorre però che la nuova classe dirigente sia genuinamente popolare. In Argentina il cardinale Jorge Mario Bergoglio si sempre collocato con chiarezza dalla parte del popolo e questo, per gli argentini della sua generazione significava, in un certo senso, essere peronisti. Il peronismo è un fenomeno assai più variegato e complesso di quello che in genere si pensi in Europa. Esso inizia con la volontà di andare verso il popolo ma poi si divide fra componenti demagogiche e componenti genuinamente popolari. Bergoglio non ha mai esitato nel contrastare senza compromessi le componenti demagogiche, anche quando queste hanno occupato le più alte cariche dello stato. La politica che corrisponde al suo messaggio è piuttosto una politica che ristabilisca il legame fra intellettuali e popolo cioè una politica autenticamente popolare.


Per questo sono necessarie alcune condizioni:

1.Ricostruire un rapporto fra cultura e politica, fra l'elaborazione del sapere e lo sforzo di progettare il bene comune.

2. La conversione almeno di una parte della vecchia classe politica. Anche la politica è una tecnica che si impara da chi la conosce. E’ necessario che alcuni elementi della vecchia classe politica si mettano a disposizione di un processo di rinnovamento, senza la pretesa di primeggiare ed in modo disinteressato.

3. Il reclutamento all’interno del popolo di una nuova leva di politici che abbiano una forte etica del servizio e della appartenenza al popolo ed abbiano anche la volontà e l’umiltà di imparare. Papa Francesco ha ricostruito (sta ricostruendo) il rapporto di fiducia fra il popolo e la Chiesa. In questo momento è la persona che più di chiunque altro gode della fiducia degli italiani. Nell’ovvio rispetto della differenza degli ambiti e dei piani di azione il tentativo di ricostruire una politica popolare in Italia non può non collocarsi sulla traiettoria del suo impulso per ravvivare una cultura popolare nel nostro Paese. 

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