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FERMARE LA TRAGEDIA UMANITARIA IN IRAQ

Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Governo iracheno non sono riusciti a impedire la violenza contro le popolazioni cristiane, yazide, shabak, turcomanne, sciite e sunnite «moderate» a Mossul e nella piana di Ninive. Per loro non è rimasta, secondo i casi, che la conversione forzata, la morte, la schiavitù (per le donne) o la fuga. Anche ad Aleppo, la più grande città siriana, i cristiani temono la «pulizia religiosa» o la fuga forzata, se le milizie dell'Islamic State in Iraq and Sham (o Levant) prenderanno il controllo dei loro quartieri.

Lo Stato e Califfato islamico - come l'Is si è proclamato dall'inizio del ramadan il 29 giugno - ha potuto assediare a morte migliaia di yazidi sulle montagne irachene del Sinjar, prendere il controllo della diga di Mossul e avanzare verso Erbil, capitale della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. In agosto sono iniziati sia i bombardamenti aerei statunitensi per liberare gli yazidi, riconquistare la diga e alleggerire la pressione dei jihadisti; sia le iniziative occidentali per rinforzare l'apparato bellico dei curdi iracheni; sia le missioni di soccorso umanitario agli sfollati, che sono stati accolti dai curdi, anche in Siria. Adesso per molti delle centinaia di migliaia di iracheni in fuga soltanto l'esilio sembra garantire un minimo di sicurezza e prosperità.

Gli interventi della Santa Sede

In diversi modi e varie occasioni Papa Francesco, gli Organi della Santa Sede e l'Episcopato iracheno e mediorientale, come pure i vescovi italiani e di tutto il mondo, sono intervenuti per implorare la pace in Iraq e in Siria e chiedere soccorsi internazionali.

Al termine della preghiera dell'Angelus del 20 luglio scorso, il Santo Padre lanciava un pressante appello per ricordare nella preghiera le comunità cristiane in Iraq: «Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle Comunità cristiane a Mossul (Iraq) e in altre parti del Medio Oriente, dove esse, sin dall'inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società. Oggi sono perseguitate; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro. A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera. Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l'invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane».

Nella lettera del 9 agosto al Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, il Pontefice ha scritto: «Nel rinnovare il mio appello urgente alla comunità internazionale a intervenire per porre fine alla tragedia umanitaria in corso, incoraggio tutti gli organi competenti delle Nazioni Unite, in particolare quelli responsabili per la sicurezza, la pace, il diritto umanitario e l'assistenza ai rifugiati, a continuare i loro sforzi in conformità con il Preambolo e gli Articoli pertinenti della Carta delle Nazioni Unite».

Successivamente il Pontefice, non potendosi recare di persona in Iraq, vi ha inviato, dal 12 al 20 agosto, il cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli. L'ex-nunzio a Baghdad, durante i bombardamenti e l'intervento anglo-statunitense del 2003, ha potuto assistere alla tragedia umanitaria in corso; prendere contatto con le vittime, portando la parola di speranza del Papa e propria, soprattutto durante la sua permanenza ad Erbil e nelle altre città del Kurdistan iracheno, dove gli sfollati hanno ricevuto generosa accoglienza; ha potuto, quindi, incontrare le autorità civili ed ecclesiali di quei luoghi.

In una lettera firmata l'8 agosto, e consegnata dall'Inviato personale del Papa al presidente iracheno Fuad Masum, il Pontefice ha scritto: «Mi rivolgo a lei con il cuore pieno di dolore mentre seguo la brutale sofferenza dei cristiani e di altre minoranze religiose costretti a lasciare le loro case, mentre i loro luoghi di culto sono distrutti». Il Papa poi ha ricordato gli sforzi compiuti perché l'Iraq sia messo sulla strada della convivenza pacifica, nella quale i membri delle minoranze vengano considerati cittadini alla pari degli altri. Ha rinnovato il suo appello «a tutti gli uomini e le donne che hanno responsabilità politiche perché usino tutti i mezzi per risolvere la crisi umanitaria». Infine ha espresso gratitudine «per tutto quello che il popolo iracheno può fare per alleviare le sofferenze dei suoi fratelli e sorelle». LEGGI IL TESTO INTEGRALE SUL SITO DE LA CIVILTA' CATTOLICA

Luciano Larivera S.I.

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