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Famiglia con figli: una risorsa (dimenticata) per la ripresa e per la tenuta del Welfare

La Costituzione riconosce alla famiglia con figli un ruolo di primo piano: all’articolo31 chiede un “particolare riguardo” per le famiglie numerose, mentre all’articolo 53 si afferma che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Questi due articoli, così semplici e di chiara interpretazione, attendono da 67 anni di essere attuati. Nel mondo politico pare esistere un invisibile “muro di gomma” che impedisce la concretizzazione di serie ed efficaci politiche familiari. Ci si riempie la bocca di “famiglia”, di “sostegno alla natalità” o alla “genitorialità”, ma di fatto le famiglie con figli sono sempre più tartassate, non solo ignorate. Si rincorre l’Europa affannosamente su tante questioni, anche di poco o discutibile conto, e poi non si seguono gli esempi virtuosi presenti in tanti Paesi dell’UE. Non è un caso quindi che l’Italia vanti il primato negativo di Paese col più basso tasso di natalità, con ripercussioni sulla tenuta dell’intero sistema del Welfare di cui si accorgeranno amaramente le generazioni che stanno nascendo in questi anni (ma già ci sono le prime avvisaglie, a volerle riconoscere).

Eppure, è evidente che la famiglia con figli è di fatto - non solo in una idealità che può suonare confessionale e bigotta - il cuore pulsante della società. Dal punto di vista economico, la famiglia è una “impresa” che produce per un valore equivalente a 570 miliardi di euro di lavoro, i quali però non transitano nel mercato e quindi non si vedono (o si finge di non vederli).

Nella cruda realtà, la famiglia con figli non solo non è mai una priorità, ma viene da troppo tempo penalizzata in varie forme e, ancora più assurdo, tanto più quanto più il nucleo è numeroso. L'Istat certifica che il 40% delle famiglie con più di 3 figli è a rischio povertà o esclusione sociale.

Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica all'Università di Bologna, afferma: “La famiglia produce per il corrispondente del 25% del PIL. Ma mentre la Francia destina alle politiche familiari il 3,5% del PIL e la Germania il 3%, l'Italia è ferma da troppo tempo allo 0,9%.

Un altro importante economista, Luigi Campiglio, afferma: “Sembra che per la normativa fiscale del nostro Paese sia irrilevante che una famiglia decida di allevare, istruire ed educare un figlio, quasi che la scelta di avere o adottare un bambino appartenga alla sfera delle decisioni private dimenticando che le giovani generazioni sono il futuro del Paese”.

Inoltre, a dispetto di quanto sostenuto da qualcuno, dal punto di vista fiscale, è oggettivamente avvantaggiata una coppia di fatto rispetto a una coppia regolarmente coniugata: basti pensare agli assegni familiari o ai ticket sanitari per cui il reddito considerato è solo quello del genitore coi figli a carico.

Le famiglie con figli non hanno solo bisogno di assistenza, ma da un lato esigono un’ equità oggi inesistente, dall'altro chiedono che sia riconosciuto il ruolo decisivo che rivestono come soggetto sociale, motore dell'economia e quindi da sostenere al pari di un'azienda.

Negli anni recenti, le proposte per invertire la rotta e cominciare ad investire sulle famiglie con figli sono fiorite da varie parti; non soltanto associazioni – soprattutto il Forum Famiglie e l’Associazione nazionale famiglie numerose – ma anche molti economisti di varia estrazione fino ad arrivare a divulgatori scientifici come Piero Angela (autore del libro “Perché dobbiamo fare più figli”) hanno avanzato proposte sensate e spesso anche a basso costo. Ne cito alcune tra le più rilevanti:

La questione fiscale

Il Forum delle Associazioni familiari, dopo ampi studi concertati sia con esperti fiscali che con le associazioni più interessate (in particolare ANFN), ha elaborato un sistema che, prende spunto dal quoziente familiare alla francese, correggendone le distorsioni ed evitando quindi che l’impianto vada a favorire maggiormente le famiglie coi redditi più alti. Si tratta del Fattore Famiglia, che parte da un principio costituzionale che deriva dall’art. 53 già citato: il rispetto della “capacità contributiva”. E’ chiaro infatti che un reddito di 50.000 che deve mantenere 2-3 persone ha un certo valore, mentre lo stesso reddito, a fronte di un nucleo di 8-9 o anche più persone è tutt’altra storia. Eppure finora il sistema fiscale italiano sembra quasi cieco rispetto a questa solare evidenza. Certo, esistono le detrazioni per i familiari a carico e gli assegni familiari, ma sono briciole di scarsissimo valore. Il Fattore Famiglia invece fa riferimento al costo per il mantenimento dei figli e del coniuge a carico, alle situazioni particolari quali la non-autosufficienza, la disabilità, la monogenitorialità, la vedovanza. Si parte quindi da una “no tax area”, che si ottiene moltiplicando il costo di mantenimento del dichiarante per il valore dedotto da una scala di equivalenza modulata sul numero dei componenti e sulle problematiche del nucleo familiare. Il Fattore Famiglia tende anche a risolvere l’annoso problema degli incapienti: se la “no tax area” risulta superiore al reddito, la parte eccedente viene tassata in modo negativo applicando la prima aliquota. La tassazione negativa – già esistente in altri Paesi dell’UE – può diventare un credito d’imposta o può essere elargita sotto forma di assegno.

Il Fattore Famiglia è stato molto apprezzato da esponenti politici di vari orientamenti alla Conferenza della Famiglia del 2010, ma è poi rimasto lettera morta. Chi ha governato in questi anni ha sempre considerato questo strumento troppo oneroso nell’attuale congiuntura di crisi, ma non possiamo non notare che il Governo Renzi nel 2014 ha varato il bonus degli 80 euro (DL 66 del 2014), con un costo stimato molto simile a quello del Fattore Famiglia, senza però tener conto in alcun modo dei carichi familiari e creando quindi le condizioni per disparità i trattamento talora mostruose.

Infine, se ci fosse la volontà politica, si potrebbe introdurre il Fattore Famiglia in modo graduale, partendo dai nuclei più numerosi per arrivare a regime in pochi anni. E' chiaro che tutto questo richiede una visione di largo orizzonte che finora è del tutto mancata al mondo politico italiano.

Avendolo ormai istituito, il bonus di 80 euro andrebbe rimodulato tenendo conto dei carichi familiari. A saldi invariati, si può fare diminuendolo per chi non ha figli e aumentando la soglia di reddito di un certo importo per ogni persona a carico. Naturalmente il bonus va dato anche a coloro che sono incapienti a causa delle detrazioni per i familiari (cioè chi ha prole molto numerosa e reddito medio-basso), cioè i veri poveri.

Inoltre, è' urgente rivedere la soglia di reddito che definisce un figlio fiscalmente a carico, ferma da troppi anni (dal 1986!) al valore di € 2.842,50. E’ necessario innalzare al più presto tale soglia portandola almeno a quella di povertà relativa stabilità dall’ISTAT (circa 7.500 euro). Ciò consentirebbe peraltro, di ridurre il lavoro nero giovanile, fenomeno evidentemente sostenuto da una soglia ferma 30 anni fa. In tal modo la misura si coprirebbe praticamente da sola.

Gli assegni familiari

L'Italia è il Paese della UE con gli assegni familiari più bassi. C'è un preciso motivo: il 40% dei fondi della Cassa Unica Assegni Familiari viene in realtà distolto per altri scopi, in particolare per pagare le pensioni. In pratica, è stato messo in piedi un sistema socialmente perverso, dove i nonni e i padri rubano a figli e nipoti! Chiediamo “con decisione” che cessi questo storno di risorse, cominciando ad aumentare gli assegni familiari del 20% per arrivare al 40% a regime. Questa misura sarebbe a costo zero e in più avrebbe immediate ripercussioni positive sull'economia reale, sia sotto forma di maggiori consumi, sia come maggiori entrate Iva.

Isee

La nuova versione dell'ISEE come varata dal DPCM del 5 dicembre 2013 avrebbe l'ambizione di essere uno strumento più equo. In realtà, fino a prova contraria – al momento i CAF non sono ancora in grado di calcolarlo – il nuovo ISEE penalizza soprattutto le famiglie più numerose. Eppure il mandato parlamentare incaricava il Governo di tener conto “dei pesi dei carichi familiari, in particolare dei figli successivi al secondo e di persone disabili a carico”.

Certo, nella nuova normativa sono presenti alcuni aspetti positivi: anzitutto finalmente la dichiarazione deve tener conto di reddito e patrimonio di entrambi i genitori del minore per il quale si chiede l'agevolazione. Finora non era così, cosicchè i figli di coppie di fatto o di separati avevano la precedenza sugli altri, con buona pace di chi sostiene che le coppie di fatto sono discriminate rispetto ai coniugati. Altro aspetto positivo: i controlli incrociati con le varie banche dati per verificare la correttezza della dichiarazione. Infine, l'istituzione del cosiddetto "ISEE corrente", che tiene conto ad esempio della perdita del lavoro o di altre situazioni di particolare fragilità sociale intervenute improvvisamente.

Detto questo, il resto è assolutamente peggiorativo per le famiglie più deboli, al limite del paradosso. Tra i redditi da dichiarare, infatti, figurano tutte le provvidenze che si percepiscono da enti pubblici: “trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari, incluse carte di debito, a qualunque titolo percepiti da amministrazioni pubbliche", ma anche "assegni per il mantenimento dei figli effettivamente percepiti". Ciò significa, in pratica, che va ad ingrossare il reddito una serie di voci che vengono erogate alla famiglia proprio in quanto bisognosa di sostegno: assegni familiari, pensione sociale, social card, bonus bebè, sostegno per la non-autosufficienza o per la disabilità, addirittura quanto percepito per il mantenimento dei figli in affido, ma poi anche assegni al terzo figlio, borse di studio e qualsiasi provvidenza la famiglia riceva in quanto soggetto da sostenere. Morale: il reddito si impenna e fa sì che una famiglia, solo perchè è stata aiutata nei suoi compiti – come del resto impone la Costituzione – risulta improvvisamente benestante e non potrà più accedere ai servizi.

Poi c'è l'abitazione, che vale molto di più perchè la normativa recente ha elevato il valore della casa del 60%. In questo modo i nuclei più penalizzati sono quelli più numerosi, i quali hanno necessariamente un'abitazione di ampia metratura. E' vero che ci sono franchigie per ogni figlio dopo il secondo, ma sono davvero briciole. E da ultimo il capitolo peggiore: la scala di equivalenza, cioè lo strumento principe per stabilire equità. L'Associazione Nazionale Famiglie Numerose e così pure il Forum delle Associazioni familiari vanno affermando da anni in tutte le sedi che la scala di equivalenza dell'ISEE italiano è assolutamente iniqua: basti pensare che dal terzo figlio in poi il valore è 0,39. In Francia ogni figlio dal terzo in poi vale 1 (quasi il triplo), ma la stessa scala di equivalenza dell'Istat è più alta: 0,5 per il primo figlio, 0,62 per il secondo, 0,78 dal terzo. Vien da chiedersi: perchè mai non si è utilizzata la scala dell'Istat, ente statale che analizza e certifica ricchezza e povertà in Italia? A questo proposito, l'Istat afferma che “la percentuale delle famiglie che arrivano sulla soglia di povertà cresce in modo esponenziale alla crescita del numero dei figli”. Eppure, quando lo Stato deve far pagare, allora la scala di equivalenza improvvisamente aumenta. E' stato così per la tassa rifiuti, per cui il singolo figlio, che per l'Isee vale 0,39, per la Tares valeva 0,70.


Componenti Nucleo
familiare

Scala ISEE Attuale

Scala ISEE Fattore Famiglia

Scala
ISTAT

1

1

1

1

2

1,57

1,6

1,67

3

2,04

2,2

2,22

4

2,46

2,8

2,72

5

2,85

3,6

3,17

6

3,20

4,4

3,60

7

3,55

5,2

4,03

8

3,9

6

4,46

 

La tabella mostra l'attuale scala di equivalenza ai fini ISEE e la scala Istat. In verde la proposta di scala di equivalenza equa elaborata dal Forum delle Associazioni familiari in collaborazione con l'Associazione nazionale famiglie numerose. I valori sono stati determinati secondo un preciso calcolo matematico che ha come riferimento il reddito pro-capite.

Tasi

La Tasi non ha previsto le detrazioni per i familiari come era avvenuto per l'IMU, lasciando ai Comuni libertà di manovra. Dopo la pubblicazione delle delibere comunali, sappiamo che solo il 35,9% ha previsto uno sconto e solo il 13,3% del totale (appena 869 comuni) le ha concesse per i figli a carico, e quasi in tutti i casi solo a partire dal terzo o quarto figlio. Inoltre, solo 179 hanno tenuto conto dei figli con a handicap. Insomma, è scomparso l’effetto redistributivo, per cui il peso della Tasi

grava maggiormente sulle famiglie più povere e su quelle con più figli. E’ pertanto auspicabile che

a livello centrale siano riportate le detrazioni previste per l'IMU.

Bonus previdenziali per le madri lavoratrici

La recente riforma del sistema pensionistico ha elevato notevolmente l'età per l'accesso alla pensione anche alle lavoratrici. Tuttavia sarebbe profondamente iniquo e socialmente dannoso trattare allo stesso modo donne che non hanno avuto figli e donne che ne hanno avuti. La madre lavoratrice – specie se madre di più di un figlio – per dedicarsi alla cura della famiglia deve molto probabilmente rinunciare alla carriera, rimanendo quindi ai livelli più bassi di retribuzione; spesso è obbligata a ricorrere al part-time, con la conseguente decurtazione di stipendio e contributi previdenziali, o ad abbandonare il lavoro. Queste sono le vere pari opportunità che occorre perseguire. Concretamente, oltre a serie politiche di armonizzazione tra lavoro e cura della famiglia, per ristabilire giustizia e dare dignità alla lavoratrici madri, occorre attribuire almeno tre anni di contributi figurativi per ogni figlio naturale o adottato. Si tratta di un provvedimento che sui conti pubblici impatta molto relativamente e soprattutto viene diluito nei prossimi decenni, pur mantenendo effetti immediati sulla vita di tante donne, le quali vedranno riconosciuto il valore della maternità e dei sacrifici e delle rinunce che hanno dovuto affrontare.

Conclusioni

Quelle riportate qui sopra sono solo alcune suggestioni che focalizzano alcune forti criticità che riguardano le famiglie con figli. Ma la questione, in realtà, coinvolge l'intero sistema del Welfare. L'Istat, nel suo Rapporto annuale del maggio 2014, scrive che "si vive sempre più a lungo, ma resta bassa la propensione ad avere figli" e conclude "la vita media in continuo aumento, da un lato, e il regime di persistente bassa fecondità, dall'altro, ci hanno fatto conquistare il primato di Paese con il più alto indice di vecchiaia del mondo". In particolare nel Mezzogiorno si osserva un processo di continua diminuzione del numero medio di figli per donna (1,3).

Tali difficoltà possono influenzare anche scelte di vita, come quelle di avere o non avere un figlio, specialmente nelle famiglie a rischio povertà, dove talvolta la presenza di un primo o secondo figlio può addirittura causare disagi economici. Sempre secondo l'ultimo rapporto Istat, la nascita del primo figlio fa aumentare di poco, rispetto alle coppie senza figli, il rischio di finire in povertà Ma la nascita del secondo figlio fa quasi raddoppiare il rischio di finire in povertà (20,6%) e la nascita del terzo figlio lo triplica (32,3%). Inoltre, avere figli raddoppia il rischio di finire indebitati per mutuo, affitti, bollette o altro rispetto alle coppie senza figli: il rischio riguarda il 15,7% nel primo caso, il 6,2% nel secondo caso. A fronte di tale situazione, l’Italia occupa la penultima posizione tra i paesi europei per le risorse dedicate alle famiglie, per le quali lo stanziamento, che si mantiene sostanzialmente stabile dal 2008, ammonta al 4,8% della spesa, contro il 16% del Lussemburgo.

Questo trattamento nei confronti della famiglia con figli, purtroppo, non è negativo soltanto per la famiglia in sè, ma già oggi – e sempre di più in futuro – comporta conseguenze gravissime sul piano sociale, a partire dalla tenuta dell'intero sistema del Welfare. Mentre da un lato l'allungamento medio della vita accresce la spesa pensionistica, dall'altro sempre meno giovani entrano nel mondo produttivo, generando così un pauroso squilibrio nei conti previdenziali. Inoltre, favorendo in modo significativo la natalità con misure e provvedimenti di varia natura, si accresce in modo esponenziale la capacità di consumo delle famiglie, con un evidente e tangibile ritorno in termini di crescita economica e di sviluppo del sistema-Paese. Per queste ragioni fondamentali è urgente rimettere la famiglia con figli al centro dell'azione politica non più soltanto a parole, ma in modo fortemente tangibile e, a questo punto, “rivoluzionario”.


 On. Mario Sberna

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